26/9/2002 ore: 10:55
Occupazione-sviluppo, paradosso italiano
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26 settembre 2002
MERCATO DEL LAVORO
I dati Istat dividono gli economisti:
è una crescita strutturale
o «emersione» dal sommerso?
Occupazione-sviluppo, paradosso italiano
ROMA. A prima vista sono gran
belle notizie quelle diffuse dall’Istat
lunedì 23 settembre: un tasso
di disoccupazione al 9%, il
livello più basso dal 1992; un
ritmo di crescita annuo degli occupati
pari all’1,2%; una tendenza
annuale migliore di quella degli
altri paesi di Eurolandia, tale
da consentire di ridurre il gap che
separa l’Italia dai suoi partner,
come percentuale di senza lavoro,
da 2,4 a 0,7 punti percentuali
nell’ultimo anno.
Tutti numeri che, d’acchito, fanno
pensare a un improvviso raggio
di sole, in mezzo a quelle
nuvolacce nere da brutto stabile
che imperversano nel barometro
della congiuntura italiana da un
anno a questa parte.
Senonchè, al momento di dare
una lettura più approfondita di
queste cifre, gli esperti si dividono.
C’è chi dice: il raggio di sole
durerà e anche nel 2002 avremo
un incremento molto robusto di
occupati. C’è chi invece spiega
che guardandoli con più attenzione,
i numeri dell’Istat descrivono
una realtà assai più grigia del previsto
e perfettamente intonata con
gli spifferi boreali che stanno gelando
l’economia. E c’è chi sottolinea
che la grande rimonta dell’occupazione
è un fenomeno che
abbiamo ormai definitivamente alle
spalle.
Per esempio l’Isae, l’Istituto di
studi e analisi economica, vede il
bicchiere quasi pieno: «La performance
del mercato del lavoro italiano
continua a mostrarsi nel
complesso favorevole — affermano
gli esperti del centro studi di
piazza Indipendenza — nonostante
la prolungata fase di stasi
produttiva attraversata dalla nostra
economia dalla metà dello
scorso anno. Nelle tendenze annuali,
l’elasticità dell’occupazione
al Pil continua a collocarsi abbondantemente
sopra l’unità».
Da questa analisi gli esperti
guidati da Fiorella Kostoris dedu-
cono che anche se la dinamica
dell’occupazione dovesse indebolirsi
nell’ultima parte dell’anno il
2002 si chiuderà con un incremento
di "teste" intorno alle
300mila unità.
Completamente diversa, invece,
è la lettura del Centro studi
Confindustria: «Il dato da considerare
con una certa preoccupazione
— ha spiegato Giampaolo
Galli, capoeconomista del Csc —
è l’aumento congiunturale di luglio
rispetto ad aprile: un incremento
dello 0,1%, quasi fermo
dunque, corrispondente a 24 mila
unità in più, mentre l’anno scorso
l’incremento di occupati fra luglio
e aprile era stato pari a 170
mila unità e a +0,7%». Non basta.
«L’Istat ha anche rivisto verso
il basso il dato destagionalizzato
di aprile: da un incremento che
era dello 0,2% a una variazione
pari a 0. Chiaramente il rallentamento
dell’economia si sta riflettendo
in questi dati».
E quanto all’incremento tendenziale
dell’1,2% secondo Galli quei 271 mila
occupati in più sono stati registrati tutti
fra luglio e dicembre dello scorso
anno. Di qui la valutazione del CsC in
base alla quale quest’anno gli occupati in
più saranno al massimo 50 mila.
Secondo Stefano Fantacone del
Cer, in linea di massima non c’è
stridente contraddizione fra
un’economia praticamente ferma
e un buon aumento delle forze di
lavoro: «In questi ultimi anni —
afferma — abbiamo assistito a un
cambiamento. Oggi c’è più occupabilità
perché il lavoro è più gestibile
per effetto degli elementi di
flessibilità introdotti al tempo del
pacchetto Treu. L’altro elemento
importante era il credito d’imposta.
Ciò detto, noi ci attendiamo
un rallentamento considerevole. Il
meglio lo abbiamo alle spalle».
Sulla stessa lunghezza d’onda
è Pia Saraceno direttrice del RefIrs
di Milano: «L’occupazione è
un indicatore ritardato: in questo
caso, riflette l’ottimismo dei mesi
scorsi». «Di certo — aggiunge
tuttavia l’economista, è difficile
spiegare un forte aumento di occupazione
mentre il prodotto cade
soltanto con l’aumentata elasticità.
Una buona parte dell’incremento
di occupati nei dodici mesi
è emersione, garantita da incentivi
appropriati, come il credito
d’imposta. L’altro interrogativo
che potremmo porci e se la congiuntura
non sia poi così negativa
come i mercati finanziari continuano
a segnalare. Di certo, la
recessione del 1992 aveva un profilo
più netto, più marcato. Gli
stessi prezzi elevati che abbiamo
visti in questi mesi fanno pensare
che qualche segmento di domanda
sia rilevante... Forse le pro
spettive di un piccolo rimbalzo
non sono così lontane».
Secondo Paolo Onofri, economista
di Prometeia, non ci sono
invece particolari incoerenze di
quadro da registrare, anche perchè
le stigmate di un ciclo economico
negativo sono ben visibili anche
nei dati Istat sull’occupazione:
«Un anno di stagnazione del pil e
una riduzione della produzione industriale
che dura da un anno e
mezzo fanno pensare a una maggiore
calma nelle assunzioni e
qualche segnale in questo senso si
vede: l’incremento tendenziale
dell’1,2% in luglio non è l’incremento
tendenziale dell’1,7% che
si evidenziava ad aprile. Inoltre, la
disoccupazione al Nord è in aumento».
Anche per Onofri una
buona parte dei 271 mila occupati
in più del dato tendenziale
dell’Istat si spiegano con occupazione
emersa collegata a a opportunità
normative o fiscali. «Basta
ricordare — spiega — che dall’ottobre
del 2000 per ogni addetto in
più assunto a tempo indeterminato
si concedeva un credito di 10 milioni
di vecchie lire che arrivava a
15 nel Sud: si tratta di un incentivo
che ha generato 200 mila posti
di lavoro. La conclusione è semplice:
avevamo per le mani un meccanismo
efficace per fare emergere
lavoro nero e l’abbiamo rotto».
ROSSELLA BOCCIARELLI