18/12/2002 ore: 11:01
Mc Donald’s, quando soffre il fast food
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18 dicembre 2002
Mc Donald’s, quando soffre il fast food
Per la prima volta il gruppo ha i conti in rosso,
si dimette il presidente Greenberg
Roberto Rossi
MILANO La notizia era nell’aria ed è
arrivata puntuale. McDonald’s, la
maggiore catena di ristoranti nel
mondo, ha lanciato un «profit warning».
Ha comunicato, cioè, di attendersi
di chiudere, per la prima volta, il quarto
trimestre in perdita, come conseguenza
delle spese sostenute per la chiusura
di 175 esercizi e del calo delle vendite
sia negli Usa sia in Europa.
Secondo le stime dell’azienda,
la perdita dovrebbe essere compresa
fra 5 e 6 centesimi per azione.
Il costo della chiusura sarà di circa
390 milioni di dollari, corrispondenti
a 31 cents per azione. Oltre a questo,
la società ha preannunciato possibili
oneri aggiuntivi. Subito dopo
l’annuncio il titolo della big del fast
food ha ceduto pesantemente a
Wall Street. Escludendo le spese per
la chiusura dei ristoranti - ha precisato
la società con una nota - si sarebbero
avuti utili di 25-26 cents per azione.
Nel pari periodo dell’anno precedente,
Mc Donald’s aveva dichiarato utili di
21 cents per azione dopo le spese
relative ai tagli di 700 posti lavoro.
La notizia della riduzione degli esercizi
era stata annunciata nel novembre
scorso. E non giunge peregrina.
Perché ad essere in crisi non è solo
Mc Donald’s ma tutto il settore
della ristorazione fast food. Un
esempio? Qualche giorno fa l’inglese
Diageo ha accordato uno sconto
del 48%, sul prezzo iniziale di vendita
di Burger King, alla cordata guidata
da Texas Pacific Group.
Che cosa succede al mondo della
ristorazione veloce? Forse un cambio
nei gusti. In America, come nel resto
del mondo, si sta cominciando a
guardare con diffidenza al vecchio
fast food. Negli Stati Uniti cominciano a
farsi a avanti i «fast casual» - ristoranti
veloci ma con cucine etniche e forse
anche più salubri - che prendono il posto
al tradizionale panino alla carne e alle
patatine fritte.
Questo nuovo filone di ristorazione
riesce a fatturare 5 miliardi di
dollari l’anno (153 sono quelli dei
fast food) con un tasso di crescita
due volte superiore a quello dei fast
food. Non solo. Davanti a questa
avanzata, sia Burger King che
McDonald’s hanno cominciato a tagliare
i prezzi, comprimendo ancora
di più quelli che sono i suoi margini
di profitto.
Forse sarà anche per questo che
il presidente e amministratore delegato
di McDonald’s, Jack Greenberg,
ha annunciato all’inizio del
mese le sue dimissioni, da più parti
caldeggiate visto il trend negativo
accusato dal gruppo sotto la sua
conduzione.
Greenberg, che della prima catena
mondiale di ristorazione veloce - Mc
Donald’s controlla il 48% della
quota di mercato mondiale (Burger
King, che possiede 11.450 ristoranti
in 58 Paesi, Wendy’s con il 13 la
terza) - era anche presidente, lascerà
il doppio incarico alla fine dell’anno.
Verrà sostituito da Jim Cantalupo,
scelto dall’azienda per ricoprire
entrambe le cariche, andrà in pensione
al termine di un biennio particolarmente
difficile per l’azienda.
Perché oltre ai problemi economici
McDonald’s è finita anche sotto
la scure della legge. A novembre
Otto teenager di New York hanno
fatto causa alla catena per averli resi
obesi senza averli messi in guardia
dai rischi per la salute di hamburger
e patatine. La causa, presentata presso
la Us District Court di Manhattan,
accusa McDonald’s di aver provocato
un’epidemia di obesità tra
gli adolescenti con maxiporzioni
ipercaloriche e violando le leggi per
la protezione dei consumatori: uno
dei ragazzi a 15 anni pesava 200 chili.
Comunque il gigante di Oak
Brook, in Illinois, non demorde.
Dopo la sua cura dimagrante, oltre
ai tagli annunciati l’azienda si ritirerà
da tre piccoli mercati dell’America
Latina e del Medio Oriente dove
i risultati sono stati pessimi chiudendo
ristoranti in 10 nazioni, Mc
Donald’s tuttavia continuerà a investire
sull’apertura di nuovi ristoranti
basati sulla cucina di tipo (come
per esempio i ristoranti messicani e
le spaghetterie italiane), che addirittura
saranno raddoppiati a spese
dei fast food tradizionali, le cui aperture
saranno invece dimezzate.