28/7/2006 ore: 11:41

Le troppe ambiguità del cuneo fiscale (A.Penati)

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    venerd? 28 luglio 2006
      Pagina 30 - Economia/Imprese&Mercati
        Le troppe ambiguit? del cuneo fiscale
          Sbagliato destinare una parte del taglio al sostegno dei salari

          ALESSANDRO PENATI
            Il problema italiano si chiama crescita. Il reddito pro capite ? inferiore alla media europea, e ancor di pi? rispetto agli Usa, per via di una partecipazione alla forza lavoro storicamente bassa. Un divario che aumenta, invece di diminuire, perch? il reddito per abitante da noi cresce meno che altrove (in media, appena l?1,4% nell?ultimo decennio). La causa principale ? l?incremento risibile della produttivit? delle ore lavorate, come documenta chiaramente Francesco Daveri in Innovazione Cercasi.

            Se la produttivit? cresce poco, crescono poco anche i salari, frustrando le aspettative di miglioramento del tenore di vita. La competitivit? del paese diminuisce: da anni il nostro costo del lavoro per unit? di prodotto aumenta pi? rapidamente che nei paesi concorrenti, riducendo progressivamente la quota italiana delle esportazioni nel mondo. E l?onere della spesa pubblica diventa insostenibile. Da questo punto di vista, la scelta del governo di porre la riduzione del cuneo fiscale tra le priorit? ? quantomai opportuna. Ma dovrebbe chiarire come attuare e finanziare il provvedimento, e distribuirne i benefici. Nel Dpef ci sono ancora troppe ambiguit? e contraddizioni: comprensibili in campagna elettorale, quando non si vuole scontentare nessuno; preoccupanti alla vigilia della Finanziaria. Se la priorit? ? la crescita, come dovrebbe, l?abbattimento del cuneo deve servire a recuperare parte della competitivit? perduta, riducendo il costo del lavoro per le imprese, e confidando che i maggiori profitti vengano destinati agli investimenti e all?occupazione. Non pu? essere una soluzione definitiva: ma poich? ci vorranno anni per invertire il declino secolare della produttivit?, bisogna agire dal lato dei costi. N? ci sono garanzie che le imprese utilizzino la riduzione del cuneo in modo virtuoso. Ma ? comunque meglio lasciar decidere al mercato. Lo Stato non potr? mai distinguere le imprese buone dalle cattive, e il dirigismo pu? far danni: per esempio, escludere dal cuneo banche o alcuni segmenti dei servizi perch? protetti dalla concorrenza internazionale, o gi? molto redditizi, sarebbe un errore perch? proprio in questi settori negli altri paesi si ? avuta la pi? alta crescita della produttivit?.

            Il governo sembra voler perseguire anche un altro obiettivo, destinando parte della riduzione del cuneo al sostegno dei salari. Quanta parte? Poich? i lavoratori a tempo indeterminato (ai quali verrebbero destinati gli sgravi) godono di un?ampia protezione sindacale, con una notevole forza contrattuale, ? possibile che alla lunga i salari ne catturino una parte rilevante. In questo modo si cerca il consenso dei sindacati, oltre a quello degli imprenditori. Ma competitivit? internazionale e sostegno dei redditi non sono complementari: cos? si rischia di dissipare le scarse risorse a disposizione. Dal Dpef traspare inoltre la volont? di utilizzare il cuneo per redistribuire il reddito tra i lavoratori. Si prevede infatti di finanziare la riduzione del cuneo dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, aumentando le aliquote contributive dei cosiddetti "parasubordinati". Sbagliato e deleterio. In un sistema pensionistico a contribuzione pura, come quello dei parasubordinati, i maggiori contributi versati oggi non possono essere considerati alla stregua di una "tassa" per finanziare l?Inps, perch? bisogna tener conto dei maggiori esborsi futuri che questi comportano. In questo modo, poi, si vuole scoraggiare il ricorso ai contratti a tempo determinato, usando il cuneo come arma contro il precariato. Dimenticandosi per? che l?ampio ricorso ai contratti atipici in Italia (e il nanismo delle imprese che, proprio per il Dpef, contribuisce alla bassa crescita ) ? una soluzione impropria all?eccessiva rigidit? del mercato del lavoro. La riduzione del cuneo poteva servire come mezzo per concedere qualche tutela ai parasubordinati (che non ne hanno), ma in cambio di pi? flessibilit? nel segmento protetto, che ne ha troppe. Associando la riduzione del costo del lavoro alla maggiore flessibilit? si amplificherebbe l?efficacia del provvedimento, creando un potente incentivo per le imprese ad assumere.

            Il cuneo distorce le decisioni di investire e lavorare. Per questo lo si deve ridurre. Ma sarebbe paradossale finanziarlo con altre tasse che creano distorsioni analoghe. L?ideale sarebbe comprimere la spesa pubblica o, se impraticabile, aumentare le imposte sui consumi, che non incidono sulle scelte di imprese e lavoratori. Ma anche qui il Dpef ? contraddittorio, prevedendo un aumento dei contributi per una parte dei lavoratori (parasubordinati), e una maggiore tassazione del capitale (dividendi e capital gain). Gli obiettivi che il Dpef assegna alla riduzione del cuneo sono troppi e incompatibili; e c?? poca chiarezza sul come ridurlo. Cos? si rischia di sprecare una buona idea per far ripartire la crescita, in cambio di un po? di pace politica, destinata a consumarsi in fretta.