16/3/2006 ore: 11:44

Le imprese non usano i nuovi contratti di Biagi

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    gioved? 16 marzo 2006
      Pagina 23 - Economia


      RIFORMA L’UNIONE SAREBBE PRONTA A CANCELLARLA. ANCHE IL CENTRODESTRA PENSA A CORREZIONI

      Le imprese non usano
      i nuovi contratti di Biagi
        Per il 90% delle aziende: l’utilit? delle forme pi? innovative ? nulla
          inchiesta
          PAOLO BARONI
            ROMA
            Modificarla, abbatterla o farla semplicemente funzionare? L’anniversario della morte di Marco Biagi e la campagna elettorale hanno riacceso le polemiche sulla legge che dal 2003 doveva rivoluzionare il mercato del lavoro. Secondo il governo la ?legge 30?, che ha subito preso il nome dall’economista bolognese ucciso quattro anni fa dalle Br, ha creato in poco tempo un milione e mezzo di posti di lavoro e consentito all’Italia di abbattere al 7% il tasso di disoccupazione. La Cgil ? di parere opposto e anche una recente indagine di Confindustria fa emergere molti punti critici.
              In caso di vittoria il centrosinistra ha gi? fatto sapere di volere cambiare molte cose. Spiega l’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu: ?Il nostro giudizio ? scritto molto chiaramente nel programma: si cambiano le norme che sono precarizzanti e si integra la parte mancante, introducendo ammortizzatori sociali, forme di tutela per gli atipici e incentivi per avviare politiche di stabilizzazione. L’abrogazione totale non ha senso?. La sinistra radicale per? insiste nel chiederne l’abrogazione. E anche la Cgil sollecita modifiche pesanti. ?Bisogna ribaltarne la filosofia - ha chiesto dal palco del congresso di Rimini il segretario Guglielmo Epifani -. I contratti a tempo indeterminato devono tornare ad essere la normale forma di lavoro?.
                Oggi - spiegano gli esperti della confederazione di corso Italia - quasi 3 nuove assunzioni su 4 avvengono con contratti a termine e quindi precari. I dati ufficiali si fermano a met? 2005, ma ? certo che il rapporto annuale che l’Istat render? noto il 21 marzo confermer? questa tendenza. Delle tante soluzioni contrattuali introdotte con le nuove norme, le pi? ?hard? (dal lavoro a chiamata allo staff leasing al job sharing) - spiegano alla Cgil - sono tutte rimaste al palo. Semplicemente perch? i contratti siglati da imprese e sindacati non le hanno recepite. Il ?contratto di inserimento?, che ha preso il posto del contratto di formazione lavoro (Cfl), avendo cancellato gli sgravi contributivi per i lavoratori della fascia 18-29 anni, non decolla. Va bene il nuovo apprendistato, soprattutto ?perch? ha elevato la durata massima da 4 a 6 anni e abbassato il livello degli inquadramenti, ma i 100 mila posti creati in questo modo restano ancora lontani dai 180 mila del vecchio Cfl?. Fermo il nuovo part-time, perch? giudicato ?troppo penalizzante? da molti lavoratori. Anche i nuovi co.co.pro (contratti di collaborazione a progetto) non hanno risolto il problema creato dai precedenti co.co.co, i famigerati contratti di collaborazione continuata. L’Istat a tutto giugno 2005 ne conteggiava 440 mila (ma secondo la Cgil sono almeno 800 mila), e ben il 54% di questi - per ammissione dello stesso istituto di statistica - sono rapporti di lavoro subordinati sotto mentite spoglie perch? prevedono lo svolgimento dell’attivit? nella sede dell’azienda committente, con i mezzi e sotto la direzione della stessa che ne decide anche gli orari.
                  E le imprese? Un’indagine del Centro studi Confindustria, presentato nelle scorse settimane e riferito al 2004 (primo anno di piena applicazione della Biagi), nega che sia in atto un aumento della precarizzazione dei rapporti di lavoro. Il 95% dei lavoratori ha un contratto a tempo indeterminato e di questi solo il 5% (in prevalenza donne) ? part-time. Tra i nuovi assunti la maggior parte ? a tempo indeterminato (49,7%) e di questi oltre la met? (52,6%) ? frutto della conversione di un rapporto di lavoro precedente di diversa natura, innanzitutto contratti a termine (48,3%) e contratti di formazione o inserimento (37,1%). Secondo la ricerca le forme contrattuali pi? nuove, almeno all’inizio, sembrano non aver incontrato molto il gradimento delle imprese: oltre il 90% degli intervistati infatti esprime interesse ?nullo? o solamente ?basso? per soluzioni come lavoro a chiamata, lavoro condiviso e staff leasing. Mentre ben il 58,4% del campione nega che le novit? introdotte dalla legge 30 abbiano migliorato la flessibilit?. Quanto basta per far dire ad Alberto Bombassei, vicepresidente per le Relazioni industriali, che ?la legge Biagi va migliorata, non abolita? perch? comunque la flessibilit? serve e pu? contribuire a diminuire la disoccupazione giovanile ?che oggi in Italia ? il doppio delle media Ue?.
                    ?La legge Biagi non si pu? cancellare, per questioni tecniche - spiega Michele Tiraboschi, docente dell’Universit? di Modena ed uno dei collaboratori pi? stretti del professore bolognese -. Dalla sua entrata in vigore ad oggi, infatti, le nuove norme sono state recepite da una decina di leggi e da una quarantina di atti regionali, da circa un centinaio di contratti collettivi nazionali (che ne hanno preso molte parti) e da una miriade di accordi aziendali?. Tiraboschi ci tiene anche a ribadire che, documenti alla mano, ?questa ? sicuramente la legge di Marco Biagi. Pu? essere brutta o non funzionare, non spetta a me dirlo, ma certamente non si pu? negare a Biagi la paternit? di questa riforma. Se non decolla ? solo perch? ? mancato quel dialogo sociale per cui Biagi si ? battuto tutta la vita?.