3/9/2007 ore: 12:38
Le divergenze parallele (P.Ichino)
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Prima Pagina La Cgil, come è noto, si batte per difendere la funzione e il peso del contratto collettivo nazionale, destinato a rimanere assolutamente inderogabile. Per questo aspetto non si discosta sostanzialmente dalla posizione della Cgil la proposta presentata nel settembre 2005 dalla Confindustria: anch'essa ribadisce con vigore la centralità e assoluta inderogabilità del contratto collettivo nazionale, riservando alla contrattazione aziendale la determinazione dei premi di produttività o redditività, purché sempre in aggiunta a quanto stabilito dal contratto nazionale. Neppure Cisl, Uil e Ugl, del resto, sembrano proporre qualche cosa di incisivamente diverso, salvo auspicare genericamente un «rilancio» della contrattazione aziendale. Ma allora perché tanto pathos intorno a questo scontro apparentemente privo di oggetto? Nell'epoca dell'euro e della globalizzazione, la difficoltà con cui i contratti vengono rinnovati dipende essenzialmente dal fatto che essi pretendono di regolare, su scala nazionale, troppe cose in modo troppo rigido. Certo, di un contratto nazionale ci sarà ancora bisogno per tutte le imprese che non vogliono o non possono attivare la contrattazione decentrata; ma la riforma necessaria consiste nel permettere la negoziazione decentrata anche di regole diverse, dovunque a stipulare sia una coalizione sindacale che rappresenti la maggioranza dei lavoratori interessati. È indispensabile per consentire la sperimentazione di forme nuove di organizzazione del lavoro e della retribuzione; ed è proprio di questo che abbiamo bisogno. L'hanno capito i sindacati e gli imprenditori del settore chimico, come si è visto a maggio nell'ultimo rinnovo del loro contratto nazionale (ecco un punto di riferimento interessante per la trattativa interconfederale del prossimo autunno!). Ed è questo uno dei dieci punti programmatici indicati da Walter Veltroni per il Partito democratico: una riforma indispensabile perché possa prendere piede — e confrontarsi con il nostro modello di sindacalismo tradizionale — un sindacalismo nuovo, interessato ad aumentare le retribuzioni collegandone una porzione maggiore ai risultati individuali e collettivi, a scommettere sull'innovazione tecnica e organizzativa, a sperimentare liberamente quanto di meglio si offre nel panorama mondiale sul piano delle relazioni industriali. Ma a questo libero confronto tra modelli la nostra Confindustria è interessata? |