16/9/2002 ore: 10:09
Lavoratori e pensionati, ora i conti non tornano
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domenica 15 settembre 2002
Rapporto Ires-Cgil su dieci anni di politica dei redditti. Con Berlusconi più squilibri
Lavoratori e pensionati
ora i conti non tornano
I salari recuperano l’inflazione, ma la produttività rimane alle imprese
Giovanni Laccabò
MILANO L’indagine sui dati econo-mici
del decennio ‘93-2002 portano
l’Ires Cgil a confermare che la concertazione
e la politica dei redditi
sono stati - e potrebbero esserlo tutt’ora
- strumenti e strategie utili per
il Paese, per le imprese e per gli
stessi lavoratori. Lo studio, di cui
l’Unità anticipa alcune conclusioni,
è stato elaborato da Lorenzo Birindelli,
Giuseppe D’Aloia e da Agostino
Megale, presidente dell’Istituto
di ricerche della Cgil. Scopo della
ricerca: valutare l’impatto di dieci
anni di politica dei redditi in relazione
alla dinamica dei salari, dell’inflazione
e della distribuzione della produttività.
Politica dei redditi. I risultati
non lasciano dubbi: la politica dei
redditi, definita con il protocollo
del luglio ‘93, ha prodotto nel decennio
un effetto positivo di grande
equilibrio, non solo per la tutela del
potere d’acquisto delle retribuzioni
contrattuali in rapporto all’inflazione
reale (- 0,1 alla fine del decennio)
ma ha recato benefici effetti
anche alle imprese e, in generale, a
tutto il Paese. È positivo anche il
trend sull’occupazione nell’industria,
la cui crescita media annua
nel periodo 96-2000 colloca l’Italia
al secondo posto della classifica europea,
alle spalle della Spagna, mentre
negli altri principali paesi europei
i dati sono negativi. A fare da
contraltare, il grafico dell’ultimo anno
evidenzia che l’Italia sta andando
indietro. Politica dei redditi e
concertazione - dice l’Ires-Cgil - fino
a ieri hanno portato benessere a
tutti, ma oggi sono messe in discussione
dalle politiche del centrodestra.
Di questi primi risultati negativi
compaiono le avvisaglie: per la
prima volta (con la sola eccezione
del ‘95, quando però l’inflazione effettiva
era doppia rispetto a quella
attuale) un governo presenta un differenziale
troppo elevato tra l’inflazione
programmata (l’ormai noto
1,4 per cento) e la dinamica di quella
reale che - dice l’Ires - si attesterà
nel 2002 al 2,4 e nel 2003 al 2,2 con
un trend tendenziale europeo del 2
per cento. Ma quel che è peggio è la
politica del centrodestra che spazza
via l’impianto stesso del ‘93, una
scelta strategica che, proprio perché
punta sulla spaccatura dei sindacati
e sugli accordi separati, porta come
corollario ad affossare la concertazione.
I salari. L’analisi conferma una
tenuta complessiva delle dinamiche
retributive contrattuali, come già indicato
dall’Istat, ma il dato più positivo
emerge dalla sommatoria di
due fasi distinte del decennio: nel
periodo ‘96-2000 le paghe contrattuali
recuperano la caduta del potere
d’acquisto che si era verificata tra
il ‘93 e il ‘95, la prima fase di applicazione
dell’accordo. Tuttavia nonostante
la risalita il risultato finale
apre un grosso problema, non solo
alla Cgil ma a tutto il sindacato e al
sistema delle imprese: le retribuzioni
nette evidenziano una perdita di
potere d’acquisto di circa 3 punti,
che il processo di riforma avviato
nell’ultimo periodo dal centrosinistra
aveva iniziato a recuperare. Ora
quel processo è stato interrotto da
Berlusconi e dalla delega fiscale di
Tremonti, che hanno bloccato sia la
revisione delle aliquote decisa dal
centro sinistra, sia le dinamiche del
fiscal drag e cioè la restituzione al
lavoro di quote quando si eccede il
2 per cento di inflazione. Dall’indagine
Ires risulta che per le tasche dei
lavoratori sarà un salasso doloroso,
tra i 400 e i 500 euro nel biennio per
un reddito medio di 50 milioni di
vecchie lire ai tassi di inflazione reale.
Invece per il sistema delle imprese,
che non cessa mai di batter cassa
e che è tornato alla carica anche nei
giorni scorsi, la pressione è calata in
misura rilevante: i processi di riforma
hanno portato ad abbattere l’aliquota
relativa alle imposte sul reddito
delle imprese dal 40 per cento del
‘90 al 25 per cento del 2000.
Produttività. Dal ‘93 al 2001 la
crescita della produttività ha raggiunto
quota 16 per cento, un bel
progresso i cui benefici effetti hanno
però lambito solo marginalmente
i lavoratori: stavolta le parti si
invertono e nella classifica europea
della distribuzione della produttività
al lavoro, l’Italia è il fanalino di
coda con appena l’1,50 per cento,
contro l’8,56 della Francia, il 5,50
della Germania e l’8,47 del Regno
Unito (e gli Usa al 2,83). Questi dati
(fonte Ocse) si riferiscono alle dinamiche
dei salari di fatto: in verità in
tutta Europa, a prescindere dai modelli
contrattuali, l’intero sindacato
deve decidere come sviluppare
un’azione negoziale efficace per redistribuire
quote di produttività.
Bisogna tener presente che in
Italia la fetta più consistente degli
incrementi si concentra tra il ‘93 e il
‘95 - in rapporto ai processi di ristrutturazione
- ed è stata assorbita
dal risanamento del Paese. La somma
di questi due fattori - ristruttura-
zioni e risanamento - spiega la flessione
di circa 2 punti della quota
distribuita verso il lavoro dipendente.
È singolare però che le quote di
produttività redistribuite nella contrattazione
siano così modeste, persino
irrisorie, mentre gli slittamenti
salariali, ossia la differenza tra salario
contrattato e salario di fatto, risultano
in crescita vistosa, dall’11
per cento dell’inizio anni ‘80 al 30
per cento nel 2001.