La settimana che ha sconvolto il mondo Dalle trincee alle Borse crollano le certezze del conflitto di Bush
Sfumata la speranza di decapitare subito il regime di Bagdad Dubbi dietro i sondaggi ancora favorevoli Il primo conto presentato al Congresso ammonta a 74,7 miliardi Lo "shock and awe" non ha piegato il nemico. Alto il rischio di "danni collaterali"
DAL NOSTRO INVIATO VITTORIO ZUCCONI AL settimo giorno, «tutto procede secondo i piani», ci informa Bush. Bene. Ma c´è un problema: non conosciamo i piani, è tutto sulla parola. E la nuova parola d´ordine è «flexibility». Cambiare il corso della guerra giorno per giorno, strategia a orecchio. Tutti i bollettini, in tutte le guerre, annunciano sempre che «tutto va secondo i piani». L´ATTACCO sarebbe dovuto cominciare venerdì, ma la prima salva di missili è stata anticipata a mercoledì notte, nella vana speranza di "decapitare" subito il regime. All´alba di venerdì, il 7mo Cavalleria è entrato in Iraq. Il giorno dopo, è venuto l´annuncio che erano cadute le località più vicine, il porto di Umm Qasr, poi Bassora, la capitale degli sciiti, ostili al potere. Sono passati cinque giorni da quegli annunci falsi e i Royal Marines di Blair devono ancora combattere in tutto il Sud del Paese. Il serpente delle colonne americane è lungo ormai 500 chilometri. Si alza uno strano kamikaze, il vento del deserto e le linee di rifornimento si assottigliano, dannazione di tutte le offensive, mentre la difesa gioca in casa, diventa guerriglia e può scegliere la tattica di ogni guerriglia. Travestirsi. Essere feroci. «Contadini di giorno e combattenti di notte» dice il generale Franks. Terroristi. Mordi e fuggi. Non ci sono regole cavalleresche, nelle guerre che si sporcano. La scommessa sulla quale si era fondata la corsa a Bagdad, la sollevazione del popolo sulla scia delle colonne avanzanti, deve ancora essere dimostrata. Forse accadrà e sarà risparmiata agli iracheni e agli angloamericani la strage di Bagdad. Forse. Si dice che la Guardia Repubblicana stia avanzando per affrontare spavaldamente gli americani in campo aperto. Sarebbe la prima buona notizia, per i generali americani. La "pistola fumante", il casus belli, la scorta di armi chimiche e biologiche, non si trova, e non si attenua nel mondo la solitudine dell´America mentre si alza il rischio di "danni collaterali". Il Pentagono ammette che qualche missile potrebbe avere sbagliato indirizzo cadendo sul mercato di Bagdad. Succede. Più missili e bombe volano, più l´errore diventa probabile. Si appanna la dottrina di moda, lo shock and awe, il bombardamento iniziale terrorizzante, che non ha né scioccato né piegato il nemico. Il conto, dopo la prima settimana di guerra, è stato già presentato al Congresso: 74,7 miliardi. Più di quanto spendano Italia, Francia e Germania per la difesa, in un anno intero. Si trovano indizi indiretti di armi proibite negli ospedali, siringhe di antidoto al gas, l´atropina, ma l´impronta sul terreno non è ancora la scarpa. E l´opinione pubblica americana comincia a porsi le domande di tutti: se le hanno, che cosa aspettano a usarle? Resta forte l´approvazione popolare, negli Usa, il 70%, ma l´istituto di demoscopia più rispettato, il "Pew" segnala movimenti sismici sotto la crosta. Il numero di americani che pensa che la guerra «vada molto bene» è crollato dal 71% al 38% di lunedì scorso, come i listini di Borsa, dopo l´euforia. E la prova che, al settimo giorno, la guerra non va bene, ce la dà la fonte più insospettabile, George Bush. Nelle ultime 48 ore, ha pronunciato due discorsi solenni ed entrambi davanti ai militari, uno al Pentagono, il secondo nella base del Comando Centrale, in Florida, per dire che «non c´è dubbio che vinceremo» come in Afghanistan. Se non ci sono dubbi, perché ripeterlo?
|