5/12/2002 ore: 11:27
La Confindustria vede nero
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5 dicembre 2002
La Confindustria vede nero
Anche gli imprenditori si accorgono che il miracolo non c’è. La ripresa? Nel 2004
Bianca Di Giovanni
ROMA Davanti a previsioni che disegnano
una (quasi?) recessione in atto
nel nostro Paese (che va peggio del
resto d’Europa), con una ripresa rinviata
a fine 2003 o inizio 2004, il leader
di Confindustria Antonio D’Amato
continua a fare i giochi di prestigio in
nome della fedeltà al governo. Il Paese
perde competitività? «Non serve uno
scatto d’orgoglio - replica al presidente
della Repubbloica Carlo Azeglio Ciampi
in conclusione della presentazione
del Rapporto macroeconomico del
Centro studi - Ma uno scatto sulle riforme».
Dunque, nessuna colpa alle
imprese. Ma ad essere responsabile del
declino non è neanche l’esecutivo targato
Berlusconi - argomenta il numero
uno di Viale dell’Astronomia - semmai
è l’opposizione che si oppone (negli
altri Paesi andranno tutti d’amore e
d’accordo), che accende il conflitto e
non consente di «innovare» il mercato
del lavoro e il sistema previdenziale. È
questo quello che serve, al più presto,
senza perdere altro tempo. Se c’è da
frenare è solo su una delle tante riforme
richieste da Confindustria: quella
sul diritto societario. Lì occorre altro
tempo. Non dice, D’Amato, che sono
almeno 60 anni che in Italia si sta cercando
di innovare il diritto societario,
e che le norme a cui oggi le società
fanno riferimento risalgono al 1942.
Strano che il riformatore D’Amato
chieda altro tempo su questo (tanto
più che il Centro studi della sua associazione
aveva appena «promosso» il
provvedimento della Commissione
Vietti su questa materia), mentre stringa
i tempi sul mercato del lavoro che è
stato abbondantemente flessibilizzato
negli anni ‘90 («pacchetto Treu»). Ma
tant’è: l’ideologia richiede di dar ragione
a Berlusconi e torto a quel sindacato
che è sceso in piazza. Anche contro
l’evidenza dei numeri (Bersani parla di
sindrome di Stoccolma: gli industriali
difendono chi li sta distruggendo) e
della storia.
Per la prima volta il presidente
«esterna» a lungo sulla crisi Fiat. «Bisogna
far lavorare l'azienda ed il management
- dichiara - bisogna che i sindacati
siano molto attenti alle questioni occupazionali
e sociali, ma il piano di
ristrutturazione va fatto, e credo che la
Fiat abbia prestato molta attenzione
agli equilibri sociali del Paese soprattutto
nelle aree più delicate come Termini
Imerese», Traspare una nuova
«pax» tra Viale dell’Astronomia e Torino,
dopo i rapporti burrascosi degli
ultimi tempi. Quanto al governo, anche
con Fiat nessuna responsabilità.
Ad uscire a pezzi dall’appuntamento
confindustriale è comunque sicuramente
Giulio Tremonti, il quale ha preferito
non partecipare. «Mi dispiace
che il ministro non sia presente - attacca
D’Amato - ci avrebbe aiutato a capire
se le considerazioni fatte dal Centro
Studi sono ottimistiche o pessimistiche.
Per me sono realistiche». La realtà
descritta dal capoeconomista Giampaolo
Galli non ha nulla in comune con
quella prevista nei documenti ufficiali
del governo. Per Confindustria il Pil
italiano è oggi allo 0,4% (lo 0,6 per il
governo) e sarà l’anno prossimo all’1,4%.
Sul dato pesano fattori struttu-
rali di bassa competitività e elementi
congiunturali come la crisi della Germania,
il nostro più importante mercato
di sbocco. L’inflazione si attesterà
all’1,8% riaprendo il divario con la media
Ue. Il deficit segna il 2,6% quest’anno
(2,1 per il governo) ed il 2,3 nel
2003 (1,5 per Tremonti). «Date però le
diverse valutazioni sulla crescita - scrive
Confindustria - le previsioni sono
sostanzialmente in linea con l’interpretazione
del Patto di stabilità in base
alla quale i Paesi ancora in disavanzo
dovrebbero migliorare dello 0,5%
ogni anno». Per questo non ci si aspetta
una manovra aggiuntiva (anche se il
gettito fiscale non sarà quello atteso),
ma una stangata per il 2004 sarà inevitabile.
Ma le cose potrebbero precipitare
se l’Ue imporrà una riduzione del
debito del 4% l’anno ai Paesi che superano
la soglia del 60%. Ma un’altra
incognita pesa sui conti italiani. Anzi
due. La prima è immediata: anche
Confindustria (come aveva già fatto il
senatore ds Enrico Morando) rileva
un «buco» nelle coperture della manovra
per il 2003 di 3-4 miliardi. Non ci
sono e non si sa dove il governo li
prenderà. Altro rischio: la devolution,
che moltiplicherà i centri di costo.
«Non si vuole usare la parola, ma i
numeri che hanno dato si chiamano
recessione - dichiara Marigia Maulucci
, segretario confederale della Cgil -L’Italia
perde quote di mercato e si
ferma la crescita occupazionale in crescita
dal ‘99. Eppure Confindustria
continua a parlare di riforma del mercato
del lavoro e delle pensioni».