10/2/2003 ore: 11:09
Italia in crisi, 300mila posti a rischio
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domenica 9 febbraio 2003
Italia in crisi, 300mila posti a rischio
L’allarme della Cgil che per il 21 ha proclamato lo sciopero nazionale dell’industria
Laura Matteucci
MILANO La cifra è esorbitante:
300mila posti a rischio nell’industria,
circa 110mila solo nella metalmeccanica,
altri 100mila nell’edilizia.
Una crisi che coinvolge l’insieme
dei settori produttivi italiani,
mentre il prodotto interno lordo
nel 2002 è cresciuto solo dello 0,4%
e nella classifica della competitività
siamo finiti al 32esimo posto, dopo
Cile e Ungheria. E il lavoro, quando
c’è, è sempre più precario, i diritti
sempre meno garantiti, come conferma
l’approvazione in Senato della delega sul
mercato del lavoro, e la minaccia non
ancora archiviata di rimettere mano
all’articolo 18.
La Cgil che arriva allo sciopero
nazionale dell’industria proclamato per
il 21 febbraio assomiglia sempre meno
ad una Cassandra inascoltata: negli
ultimi mesi si è rotto il patto di
ferro che ha legato a lungo Berlusconi
e il presidente di Confindustria
D’Amato, anche il presidente della
Repubblica Ciampi ha più volte richiamato
alla necessità di una maggiore
competitività aziendale, mentre
l’allarme sulle migliaia di posti di
lavoro che quest’anno rischiano di
venire persi è ormai condiviso anche
dalla Cisl.
Dopo lo sciopero in Sicilia di
venerdì (unitario), sciopero della
Cgil il 21, quindi, anticipato da un
convegno - martedì a Roma - deciso
proprio per tracciare le linee guida
di politica industriale valide per i
prossimi anni, sulle quali il sindacato
lancia la sfida al governo Berlusconi:
innovazione, ricerca, sviluppo,
formazione, coniugando le politiche
industriali con quelle di settore.
«Dobbiamo recuperare competitività
- dice Carla Cantone, segretaria
confederale Cgil, responsabile dell’Industria
-. Il governo deve capire
che lo sviluppo del sistema impresa
va di pari passo con la tutela dei
diritti dei lavoratori».
Accanto alla Fiat, simbolo del
declino industriale dell’ultimo anno,
i nomi della crisi si moltiplicano,
e richiamano a quasi tutti i comparti
produttivi: Marzotto che ha appena
chiuso la fabbrica di Manerbio,
Cirio che è da mesi sull’orlo del
fallimento, Flextronics (per il quale
ieri Cofferati ha chiesto l’intervento
del sindacato europeo) e tutto il polo
elettronico dell’Aquila, il polo chimico
sardo, tutta la petrolchimica
(Marghera, Gela, Triolo), Marconi
communication (che tra Stati Uniti
e Inghilterra ha già licenziato oltre
20mila dipendenti, mentre in Italia
gli esuberi indicati sono un migliaio),
il cantiere Orlando di Livorno,
dove i posti a rischio sono 750, Banca
Intesa che da sola ha già annunciato
8mila esuberi. Carla Cantone:
«Il problema è che questo governo
ha deciso di affrontare il declino
semplicemente tagliando i costi del
lavoro e del welfare - dice - Senza
neanche capire che tagliare i costi
del lavoro non ci renderà comun-
que competitivi rispetto all’Est Europa
o a Paesi emergenti come la Cina.
Il governo non ha la minima
idea di che cosa significhi politica
industriale».
I dati Istat sull’andamento del-
l’occupazione parlano di un rallentamento
nella tendenza all’incremento,
l’anno scorso fermo all’1,7%.
L’Italia resta peraltro il Paese europeo
col più alto tasso di disoccupazione:
9,2%, contro una media euro-
pea all’8,3%. È nelle grandi imprese
industriali che la situazione è più
critica: tra il luglio 2001 e il luglio
2002 l’occupazione è diminuita del
3,5%. Effetto, soprattutto, del comparto
mezzi di trasporto, auto com-
prese. Nell’industria metalmeccanica,
infatti, l’occupazione è in deciso
calo: meno 4,1% nel 2002 (per la
maggior parte si tratta di operai e
apprendisti), a fronte di un meno
3,3% che riguarda il complesso del-
l’industria manifatturiera. Massiccio
l’aumento contestuale del ricorso
alla cassa integrazione, cresciuta
l’anno scorso del 48,2% (un dato
che si aggiune al più 25,7% del
2001). E in calo è anche la produzione.
I dati sono forniti dall’Osservatorio
sull’industria metalmeccanica,
curato dall’ufficio economico della
Fiom: «L’indice della produzione ha
subìto nel 2002 una contrazione del
4,5%, che si aggiunge al calo del 3%
registrato nel 2001 - spiega Gianni
Ferrante, responsabile dell’Osservatorio
- Il calo produttivo coinvolge tutti i
comparti, pur con tassi differenti:
si va dallo 0,3% delle macchine
strumentali al 9,8% delle macchine
elettriche e delle apparecchiature per ottica».
Male, malissimo anche il comparto auto
e mezzi di trasporto, con un calo produttivo
del 7,4%, un calo occupazionale pari al 7%,
e circa 40mila posti attualmente a rischio
(10mila solo alla Fiat, gli altri 30mila
tra terziario e indotto). A ruota, il
settore delle telecomunicazioni, dove
i posti a rischio sono circa 15mila,
e quello dell’impiantistica, con
circa 6.300 esuberi già dichiarati.
«Per quest’anno l’attesa di ripresa è
forte - riprende Ferrante - ma in
realtà i segni concreti non sono tali
da poterci fare affidamento».
Ancora: «Il problema è che la
nostra è un’industria molto fragile -conclude
Ferrante - se la congiuntura
è favorevole, può tenere e sopravvivere,
altrimenti rischia sempre di
ammalarsi gravemente. Prendiamo
i beni strumentali, per esempio, che
rappresentano il cuore del settore:
in Italia, la media degli addetti è di
40-50 persone ad azienda, quando
in Germania la media è invece di
200 persone. È chiaro che per noi le
difficoltà sono maggiori, anche se
potrebbero essere superate con un
aiuto da parte del governo in termini
di investimenti per ricerca e innovazione».
Ma non sembra essere
questa la strada intrapresa da Berlusconi
e Tremonti.