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Informatori sul piede di guerra |
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ROMA Informatori scientifici ostaggio delle aziende, privi dei requisiti che abilitano alla professione, assediati da contratti capestro che agganciano retribuzioni e posto di lavoro ai risultati di vendita. Il tutto in violazione della legge 541/1992 che fissa le regole sull’informazione scientifica. Queste le spine oggetto del confronto di ieri tra il vicepresidente di Farmindustria, Emilio Stefanelli, e la Commissione d’inchiesta del Senato sul sistema sanitario nazionale, nell’ambito delle audizioni sul fenomeno del "comparaggio". Un confronto che ha visto la commissione e lo stesso presidente, Francesco Carella (Verdi-Ulivo), farsi portavoce dei rilievi — in qualche caso vere e proprie denunce — presentati proprio dagli informatori del farmaco, già ascoltati la settimana scorsa. Da Stefanelli è giunta tuttavia una difesa a spada tratta dei risultati ottenuti in audizione: «Abbiamo chiarito che marketing e vendite non sono l’opposto di informazione scientifica, ma vanno accettate come parte della stessa unità. Abbiamo spiegato che non c’è un rapporto di lavoro migliore di un altro: l’importante è che sia svolto in modo deontologicamente corretto». Tra i temi sul tappeto anche la delicatissima questione del comarketing, oggetto d’attenzione anche nei documenti di lavoro della Guardia di Finanza circolati nei giorni scorsi. «Il fatto che vi siano più marchi per una stessa molecola — ha affermato Stefanelli — non fa crescere la spesa: c’è più concorrenza, aumenta la quantità e la qualità dell’informazione, mette al riparo il sistema da rapporti con un monopolista e, non ultimo aspetto, dà opportunità alle aziende italiane di introitare fondi per poter poi investire in ricerca e crescere». «Abbiamo affrontato tutte le questioni sul tappeto, ma il leit motiv di queste audizioni è sempre lo stesso: tutti si difendono, nessuno vuole assumersi responsabilità, nessuno ha voglia di individuarle», è il commento di Carella. «Speriamo — ha aggiunto — di saperne di più domani (oggi, ndr) quando ascolteremo il generale Vincenzo Suppa della Guardia di Finanza. La prima cosa che voglio chiedergli è questa: perché l’inchiesta è partita proprio dalle Fiamme Gialle? Perché nessuno ha notato niente prima?». E che la Gdf sia destinata a rimanere titolare del palcoscenico quando si parla di truffe e abusi in Sanità non ci sono dubbi. La vicenda esplosa con la maxi-inchiesta veronese non pare destinata a estinguersi in breve tempo. E i numeri accertati e rivelati finora — un danno di 200 milioni allo Stato nel 2002, con l’aggiunta di tremila e più indagati — rappresenterebbero, secondo molti, solo frammenti di un universo ancora tutto da svelare. Dopo le critiche che le categorie mediche hanno riversato nei giorni scorsi contro il decreto legge antitruffe varato dal Consiglio dei ministri venerdì scorso (e oggi in pubblicazione sulla «Gazzetta Ufficiale»), proprio ieri sulla questione è intervenuto anche il responsabile per la Sanità di Forza Italia, Eolo Parodi: «Non si può accettare alcun tipo di corruzione, men che meno in ambito sanitario: da tempo vado predicando in ogni provincia d’Italia il rischio che questa piaga si allarghi e come sia necessario intervenire immediatamente con un sistema di monitoraggio, con modelli nuovi di informazione, asettica verso chiunque». Monitoraggio: bisogno impellente per chi sui conti della salute vuol vederci chiaro davvero. Come pare stia accadendo a esempio a Palermo, dove la Asl 6 (quella cittadina, la più estesa della Sicilia) ha appena siglato un protocollo d’intesa con la Gdf, per garantirsi una sorveglianza Doc sulle ricette di casa propria. SARA TODARO Legge n. 112 del 15 giugno 2002
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