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Gruppo Ferri: ora spuntano i conti esteri
BARI
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Un nuovo filone dopo l´interrogatorio del manager Antonio Purificato Il tesoro del gruppo Ferri ora spuntano i conti esteri
Fatture false e casseforti in Svizzera e Lussemburgo: il pm Savasta lavora su una pista che potrebbe portare ai 300 milioni scomparsi GIULIANO FOSCHINI
TRANI - Il tesoro nascosto della famiglia Ferri è all´estero, in Lussemburgo e in Svizzera. La nuova svolta alle indagini, che venti giorni fa ha portato all´arresto di otto persone (tra cui uno dei fratelli Ferri, Riccardo) e al sequestro di tutte le società appartenenti a una holding (primo caso in Italia), porta l´attenzione del sostituto procuratore Antonio Savasta oltre confine. L´ipotesi è che i trecento milioni - che il gruppo Ferri secondo l´accusa avrebbe sottratto a banche, società di factoring e ai propri rivenditori - siano ora al sicuro su conti correnti intestati a prestanome. Parte si dovrebbero trovare in Lussemburgo, parte in Svizzera, in un istituto di credito ticinese. La paura degli inquirenti era che quel denaro potesse essere in qualche paradiso fiscale asiatico, e dunque assolutamente irrintracciabile. L´ipotesi era sostenuta dagli ottimi rapporti che i Ferri avevano con il mercato cinese: la maniera che più frequentemente utilizzavano per far sparire denaro erano le fatturazioni false della Effe pi, la società della holding che si occupava dell´import export con la Cina. Compravano per uno e fatturavano per tre. La differenza finiva nelle loro tasche. La pista ticinese e lussemburghese sembra però aver trovato conferma nell´interrogatorio di Antonio Purificato, il manager milanese che per conto del gruppo gestiva i rapporti con le finanziarie. Purificato (che dopo essere stato ascoltato dal pm ha beneficiato dei domiciliari) è secondo l´accusa uno degli uomini chiave dell´inchiesta: senza i suoi buoni uffici nei confronti delle società di factoring, i Ferri non avrebbero mai potuto ricevere tutto quel denaro. La difesa di Purificato, assistito dal legale milanese Paolo Tosoni, lo stesso che durante Mani pulite seguiva Mario Chiesa, è però chiara: "Sono stato coinvolto dalla truffa. Non sapevo che i crediti che la Ferri vantava nei confronti dei rivenditori erano fasulli". Accuse che il legale della famiglia, Farncesco Paolo Sisto, ribatte fermamente: "Non ci è mai stata truffa nei confronti dei punti vendita. Al contrario erano i titolari che ingannavano i Ferri, pagando loro la merce meno del dovuto". Sull´accusa di bancarotta, Sisto è lapidario: "Non c´è nessuna prova. La bancarotta che viene contestata è soltanto sulla carta". Il pm Savasta è di tutt´altra opinione. Per questo, continua nelle indagini. Che prima degli arresti avevano già documentato passaggi di denaro per 110 milioni di euro: i Ferri sottraevano soldi alle loro aziende (e dunque ai loro creditori) per trasferirli su conti correnti personali oppure su quelli di altre società del gruppo. Ulteriori conferme stanno arrivando anche dal lavoro del custode delle società sequestrate, Agostino Meale, e dalle ispezioni degli uomini del Gico di Bari che continuano a ritrovare titoli di credito e documenti ritenuti "fondamentali" al fine del proseguo delle indagini. Nel frattempo, il curatore ha chiesto al tribunale di Trani di poter intraprendere le procedure necessarie per il fallimento della Ferri srl.
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