17/3/2003 ore: 10:27
Epifani: se c’è la guerra, fermiamo il Paese
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domenica 16 marzo 2003
Epifani: se c’è la guerra, fermiamo il Paese
Il governo ci ha isolato in Europa e non si assume la responsabilità di una posizione chiara
Carlo Brambilla
MILANO La Cgil, il più grande sindacato
dei lavoratori italiani, è da ieri
il punto di riferimento principale
del movimento della pace nel nostro
Paese. Anche perchè ieri la sua
capacità di mobilitazione ha superato
«ogni previsione». E il suo segretario
generale, Guglielmo Epifani,
nel comizio di chiusura della gigantesca
manifestazione di Milano, lo
ha di fatto comunicato al mondo
con una frase inequivocabile, indirizzata
direttamente al Governo:
«Deve sapere che alle prime bombe il Paese
si fermerà e i lavoratori, unitariamente,
esprimeranno in questo modo il netto
rifiuto alla guerra».
Certo, Epifani non ha dato l’annuncio ufficiale
di un possibile sciopero generale.
Nulla è stato ancora proclamato, ma da
Milano è partito comunque un messaggio forte
e risoluto: l’anticipazione di una battaglia sul
«fronte della pace» che potrebbe
portare a una storica fermata unitaria del lavoro,
perchè «è ormai arrivato il momento di dire
da che parte si sta»: o con la pace o dalla parte
di una guerra sbagliata, terribile, inevitabilmente
portatrice di lutti e di pericolosissime
divisioni nel pianeta.
E il mondo del lavoro ha scelto, senza se e
senza ma, la pace come l’unica strategia
politica vincente anche contro la minaccia
del terrorismo.
Presentatosi, alle 14, puntualissimo
in piazza del Duomo, infilatosi
alla testa di uno dei tre cortei che
hanno letteralmente invaso ogni angolo
della città, come fiumi in piena,
Epifani ha subito spiegato il senso
grande e profondo della manifestazione:
«Riaffermare nel segno della
continuità con la mobilitazione
di un anno fa a Roma - l’indimenticabile
raduno di San Giovanni a difesa
dell’articolo 18 - la perfetta verità
di un teorema: pace fa binomio
con diritti». E anche allora fu una
manifestazione che si opponeva alle
scelte restauratrici del Governo.
Esattamente un anno dopo, la
posta si è alzata in modo vertiginoso
e ieri il sindacato ha ancora una
volta chiamato in causa l’esecutivo
con grande semplicità: il mondo del
lavoro ha scelto di opporsi alla guerra,
mentre il Governo e il suo Premier
latitano. Ecco le parole precise
pronunciate dal palco sistemato di
fronte alla Stazione Centrale, che
hanno raccolto il prolungato, dirompente,
applauso di una folla ormai
immensa: «Il Presidente del
consiglio ha detto di lavorare per la
pace. Se così fosse, avrebbe una scelta
obbligata: dire di no alla guerra e
tenere l’Italia, i suoi uomini, i suei
mezzi, le basi civili e militari fuori
dalla guerra». Il boato di consenso
copre la voce di Epifani che fatica a
continuare. Scandisce rivolgendosi
direttamente a Berlusconi: «Ma noi
sappiamo che dice una volta una
cosa e ne pensa un’altra». Nuovo
boato. Ancora: «Il Governo italiano
ha sbagliato due volte: quando rompendo
il fronte europeo si era schierato
dalla parte dell’intervento, e oggi
che di fronte a un Paese che non
è d’accordo, cerca di dire e non dire,
di accontentare chi pensa alla
guerra e chi si batte perchè continua
a sperare nella pace».
È il tempo delle scelte. Epifani,
lungo i due chilometri del corteo a
chi lo avvicinava, ai giornalisti che
chiedevano commenti e chiarimen
ti, ha sempre ribadito questo semplice
concetto. Lo stesso che esporrà
due ore dopo alle centinaia di migliaia
di lavoratori: «Non ci muoviamo
per antiamericanismo. No, è la
razionalità politica, l’etica della
responsabilità, la fede nel confronto e
nella democrazia che sostengono
oggi il no alla guerra. Non certo
l’ideologia antiamericana». In altre
parole è stato l’annuncio ufficiale
che il mondo del lavoro non starà a
guardare, non subirà passivamente
scelte che potrebbero rivelarsi
catastrofiche.
Epifani scandisce ancora: «La pace è
il primo diritto, come del resto recita
la nostra Costituzione che ripudia
la guerra».
Di più: «Non c’è una sola ragione
etica, giuridica, morale politica che
giustifichi un intervento armato in
Iraq».
Dunque se la situazione, come
drammaticamente sembra,
precipitasse, se il Governo non dovesse
prendere atto che la maggioranza del
popolo italiano è contro l’intervento,
non resterebbe altra strada che quella
di una forte mobilitazione.
E «contro una guerra sbagliata,
illegittima e dannosa» si opporrebbe
con tutta la sua forza e con la forza della
sua storia il movimento dei lavoratori, alzando
la bandiera «della Costituzione, in difesa
dell’interesse nazionale».
E se ciò dovesse accadere davanti all’Europa
e al mondo «il Governo si condannerà
a essere minoranza nel Paese,
a tradire la lettera della Costituzione
e a non fare gli interessi della
comunità nazionale».
È il momento delle scelte! O difendere
l’interesse autonomo dell’Italia
e dell’Europa o stare dalla
parte di una «guerra che porta lutti,
risentimenti, instabilità, emigrazione
forzata, una guerra che alza muri
fra culture e popoli». Epifani non
usa toni barricaderi, non enfatizza
parole che comunque suonano come
definitive. La condanna al terrorsimo
internazionale è netta, quell’11
settembre non può essere dimenticato,
eppure l’amministrazione
americana ha il dovere di feramrsi
e di riflettere: «Ma come si fa a
non vedere che tutta l’opinione pubblica
europea è contro la guerra, come
lo è forse la stessa maggioranza
dei cittadini americani? Come si fa
a non ascoltare le parole della Chiesa
e del suo Pontefice»? Il movimento
dei lavoratori e il suo maggiore
sindacato hanno scelto la pace, hanno
scelto di assumersi tutte le responsabilità.
Epifani: «Lo facciamo
anche in coerenza con la battaglia
intrapresa sui diritti, perchè pace e
diritti non sono due temi diversi.
Chi lo pensa o agisce di conseguenza,
come fa il Governo con i suoi
provvedimenti, è un perfetto reazionario
(articolo 18), illiberale (tfr
che si vuole sottrarre ai lavoratori),
classista (riforma Moratti sulla scuola),
conservatore (mancato innalzamento
dell’età dell’obbligo scolastico),
iniquo (fisco), centralista (umiliate
le risorse di Comuni e Regioni)
e assolutamente scandaloso
quando approva norme come la
Bossi-Fini».
La marcia partita un anno fa da
San Giovanni a Roma è ieri passata
per Milano. Ma è un movimento
destinato a diventare sempre più
grande: «Un movimento che - promette
Epifani - guiderà enormi mobilitazioni
di massa che nessuno potrà
oscurare o far finta di non vedere.
E la Cgil è orgogliosa di farne parte».