18/7/2005 ore: 12:27
Epifani: la priorità è dare risposte alla crisi del Paese
Contenuti associati
Epifani: la priorità è dare risposte alla crisi del Paese questa sia la priorità «avvertita dalle persone», «neanche dai nostri» dice, «non ci comprenderebbero». Piuttosto ci si deve misurare con i problemi e le risposte da dare alla crisi. Al centro del pressing di chi preme sull’acceleratore per veder modificare il sistema della contrattazione e l’intero protocollo del luglio ‘93, il segretario della Cgil ribadisce le proprie posizioni. Ospite di un dibattito alla Festa de l’Unità di Roma, propone un’altra «scaletta» ed esprime la ferma convinzione che l’impianto del protocollo del ‘93 sia ancora valido nella sua filosofia di fondo «va modificato - afferma - non stravolto». «Ci si deve domandare come rilanciare lo sviluppo, gli investimenti, la produttività. E capire se tra le politiche per lo sviluppo e la riforma contrattuale può esserci un legame». A chi sostiene che il modello del 23 luglio non distribuisce bene le risorse e non incrementa la produttività, Epifani risponde che quell’accordo resta valido per affrontare i problemi di oggi «perché parte da un rapporto tra politiche macroeconomiche e dei redditi e politiche contrattuali». Per affrontare la crisi di tutti i settori e difendere i redditi servono interventi sul fisco, tariffe, prezzi, fiscalizzazione dei contributi, «non si può scaricare tutto sui contratti». Quanto alla struttura del modello contrattuale la scelta di dodici anni fu di distinguere tra due livelli, «quello nazionale valido per tutto il mondo del lavoro fu la vera conquista del ‘93» per il segretario della Cgil che non intende arretrare dalla difesa del modello generale «altrimenti avremo tanti modelli quanti sono i settori». «In un mondo di forte frammentazione, in cui l’iniquità redistributiva tende a crescere, il contratto nazionale va mantenuto. Credo - spiega - che sia riuscito a mantenere il suo ruolo di regolazione, sia redistributiva che normativa». Ancora sulla contrattazione: «Il 23 luglio aveva una logica di rapporto nell’uso della produttività tra contratto nazionale e contratto decentrato. Ci si chiede se consente di spostare più produttività verso il “basso”. A mio avviso sì, non lo impedisce affatto». Sugli altri punti in discussione, l’accorpamento dei contratti e il rafforzamento della contrattazione decentrata, il segretario della Cgil non ha obiezioni. Cita gli anni Cinquanta «allora non comprendemmo l’importanza della contrattazione decentrata, fu un errore - ammette - andammo incontro a sconfitte come quella della Fiom sulle commissioni interne, quella lezione l’abbiamo presente». La conclusione: «Rafforzare il secondo livello è giusto ma si può fare nella cornice del 23 luglio». Infine il riferimento all’inflazione programmata: oggi con l’euro forte non ha più senso «va rivista come è stata rivista in questi anni». «Per tutto questo dico che si può modificare ma non stravolgere l’accordo del 23 luglio». |