28/11/2007 ore: 11:06
Contratto nazionale, il lungo addio?
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Pagina 5 - politica &società Riforma del modello contrattuale, iniziato il confronto tra sindacati e Confindustria.Anche la Cgil parteciperà alla demolizione del contratto nazionale?Il 57%dei lavoratori in attesa del rinnovo sindacati confederali sulla cosiddetta riforma del modello contrattuale. Cosiddetta perché l’obiettivo di quasi tutti i convenuti è di diminuire l’importanza, il valore, il peso del contratto nazionale. Dietro la (falsa) promessa di potenziare la contrattazione aziendale. A fare gli onori di casa il presidente Luca Cordero di Montezemolo, il vice Alberto Bombassei (candidatosi per la successione) e il direttore di Confindustria Maurizio Beretta. Ai massimi livelli anche la delegazione sindacale, con i segretari generali Guglielmo Epifani (Cgil), Raffaele Bonanni (Cisl) e Luigi Angeletti (Uil). Sono cambiate parecchie cose rispetto al 2004, quando la Cgil lasciò il tavolo dichiarandosi indisponibile a discutere del modello contrattuale. Sul versante sindacale il protocollo welfare ha riavvicinato la Cgil a Cisl e Uil: la «riforma» della struttura contrattuale potrebbe essere un altro passo verso un sindacato «unico». Su quello politico, tutto è in movimento verso il centro. Per questo il contratto nazionale è a rischio. Accettando un confronto a due, senza il governo, Epifani ha già concesso qualcosa a Confindustria e alla Cisl. Ma il governo a un certo punto dovrà entrare in gioco e non solo perchè lo Stato è il maggior datore di lavoro. Dal governo le imprese vorranno gli «incentivi» per far costare meno la contrattazione aziendale. Mentre i sindacati dal governo vogliono «meno tasse in busta paga». All’incontro di ieri sera (ancora in corso mentre scriviamo) le parti avranno sicuramete discusso dei tanti contratti aperti. Corre voce, da qualche giorno, che quello dei metalmeccani potrebbe finire con un allungamento di sei mesi della vigenza contrattuale (una tappa verso la triennalizzazione). Alla vigilia dell’incontro solo Giorgio Cremaschi, per la Rete 28 Aprile, ha ricordato che la Cgil «non ha un mandato per ridimensionare la funzione salariale del contratto nazionale». Ieri l’Istat ha certificato che a ottobre il 57,5% dei lavoratori era in attesa del rinnovo contrattuale (metalmeccanici, commercio, imprese di pulizia, bancari, enti locali, sanità, giornalisti). Percentuale in calo rispetto al 62,7% di settembre, ma più alta rispetto al 38,9% dell’ottobre 2006. I mesi di attesa per i lavoratori con il contratto scaduto sono in media 13,4 (a ottobre dell’anno scorso erano 10,7). Nel periodo gennaio-agosto 2007 le ore non lavorate per conflitti originati dal rapporto di lavoro sono state 1,3 milioni (-46,7% rispetto al corrispondente periodo del 2006). A ottobre le retribuzioni contrattuali hanno registrato un incremento del 2% su base annua (contro un tasso d’inflazione del 2,1%) e dello 0,5% rispetto a settembre. I dati dell’Istat, commenta il senatore Maurizio Sacconi (Fi), sanciscono «il fallimento dell’attuale modello contrattuale». La ricetta Sacconi per modificarlo combacia con quella di Confindustria: semplificare il numero dei contratti, allungarne la durata e, «soprattutto, spostarne il baricentro nell’azienda e nel territorio in modo che, come osserva il professor Ichino (sul Corsera di ieri, ndr), il lavoratore meritevole benefici degli incrementi di produttività che ha concorso a generare». Anche l’economista Tito Boeri sulla Stampa di ieri si è cimentato con l’argomento. Merita una lunga citazione: «Certo, anche le regole di contrattazione definite nel 1993 permettono sulla carta una qualche forma di contrattazione decentrata. Ma siccome può solo aggiungere e non togliere ai contratti nazionali, la si svolge solo in quelle imprese, sempre più rare, in cui il sindacato è ben rappresentato. Le parti sociali devono invece oggi accettare il principio che si possa davvero contrattare a livello aziendale. Il che significa anche scendere al di sotto del livello fissato a livello nazionale, tenendosi comunque al di sopra di un salario minimo che avesse forza di legge. Se sindacato e Confindustria accettassero il principio, ci sarebbe contrattazione in molte più aziende e i salari medi degli italiani, assieme alla loro produttività, tornerebbe ad aumentare». ma.ca. |