19/11/2007 ore: 10:01
Bonanni alla Cgil: «Basta pretesti per non trattare»
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pretesti per non trattare» A guastare il clima ha contribuito la battuta del vicepresidente della Confindustria, Alberto Bombassei, che a proposito della richiesta della Cgil di coinvolgere nella trattativa il governo, ha detto che il ministro del Lavoro è un ex Cgil e quindi non è il caso. «Io credo che Bombassei abbia fatto dell'ironia. Non penso che volesse offendere nessuno, anche perché lui ha potuto constatare con quanta imparzialità si sia mosso il ministro Cesare Damiano nel negoziato sul welfare. Piuttosto credo che Bombassei abbia voluto sottolineare che nella trattativa sul modello contrattuale non ci devono essere intromissioni del governo non richieste. E su questo la Cisl è d'accordo ». Scusi, ma se il tema è la riforma dell'accordo del '93, esso fu firmato dal governo e da qualche decina di sindacati e associazioni imprenditoriali. Perché non chiamare al tavolo quegli stessi protagonisti, come dice il leader della Cgil, Guglielmo Epifani? «Oggi se vogliamo fare davvero la riforma dobbiamo partire con un confronto tra sindacati e imprese. Se tiriamo subito dentro il governo, rischiamo di complicare tutto perché è chiaro che nell'esecutivo non c'è una posizione unica su questa materia». A dire il vero neppure Cgil, Cisl e Uil hanno mai raggiunto una proposta comune di riforma, nonostante su questo siano state messe al lavoro diverse commissioni. «Le nostre posizioni sono ora molto vicine. I punti di partenza per la riforma sono indicati nel protocollo sul welfare che, incentivando gli aumenti di salario a livello aziendale o territoriale, ha indicato la strada». Quella di una diminuzione del ruolo del contratto nazionale a vantaggio di quello aziendale, come teme la Cgil? «Il contratto nazionale deve servire, come ora, a garantire il potere d'acquisto di tutti i lavoratori, senza distinzioni territoriali, difendendo la retribuzione dall'inflazione. Ma la vera partita si deve giocare sul contratto di secondo livello, aziendale o territoriale, che deve distribuire ai lavoratori gli aumenti di produttività. Alla fine i salari devono crescere — perché oggi sono troppo bassi, come riconoscono tutti — ma grazie agli aumenti di produttività ». E dove starebbe la convenienza per la Confindustria? «Nel passaggio a un modello di relazioni industriali partecipativo, dove il lavoratore non si sente più un numero, non è più alienato e quindi propenso alla lotta contro il padrone. Nel modello partecipativo il lavoratore è interessato al benessere dell'azienda, esce dalla logica del conflitto, degli scioperi, dell'assenteismo di cui tanto si lamentano le aziende, e lavora meglio, produce di più e ne raccoglie i frutti nella contrattazione decentrata. È un lavoratore più responsabilizzato, che non aspetta che il suo salario sia stabilito solo dal contratto nazionale, negoziato lontano dal suo posto di lavoro. Questo è un sistema avanzato che va incontro alle esigenze dell'imprenditoria illuminata e che ha dato buona prova di sé in diverse realtà, dalla Germania ai Paesi scandinavi». E la lotta di classe che ancora seduce tanta parte della Cgil? «È ora di voltar pagina. Anche Epifani lo sa». |