6/7/2007 ore: 11:27
Bertinotti: «non voglio la crisi, ma il rischio c'è»
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Prima Pagina (segue a pagina 3) - Economia Il presidente della Camera avverte gli alleati: il programma di governo deve essere rispettato ma ammetto che il rischio esiste" Non è un monito a Prodi. Non è una minaccia al governo. Il presidente della Camera non vuole condizionare la trattativa, mettere veti alla maggioranza, imporre la linea al suo partito. Fa un ragionamento politico-culturale. Parte da lontano, e ripete quello che ha scritto nell´editoriale della rivista «Alternative del socialismo», in uscita nei prossimi giorni: «La sinistra si trova oggi di fronte a una sfida drammatica, forse la più difficile della sua storia: quella dell´esistenza politica. Quello che si affaccia è l´orizzonte di un vero e proprio declino». Di fronte alla ventata di «organicismo liberista» che attacca in radice la politica, «l´eredità del movimento operaio del '900 rischia di essere cancellata». «Io - aggiunge - resto ancorato al cleavage destra-sinistra, e resto affezionato all´idea di sinistra che ci ha insegnato Norberto Bobbio, con il suo discorso sull´uguaglianza». «Vede - ragiona il leader - io capisco che la politica è sempre più lontana dalla gente. Ma non posso accettare che lo "straniamento" si spinga fino a questo punto. Non posso accettare che i politici non sappiano più cos´è la vita delle persone in carne ed ossa». Una volta, soprattutto a sinistra, le cose non andavano così. «Ricordo Giorgio Amendola, che veniva alla Quinta Lega di Mirafiori, guardava in faccia quelle persone, ci parlava. Poi il partito decideva a modo suo, ma c´era ascolto, c´era dialogo. Oggi no. Oggi il problema delle pensioni viene declinato in due soli modi. Si dice che l´età pensionabile va innalzata perché le aspettative di vita si sono allungate, e perché il sistema non è in equilibrio dal punto di vista finanziario». Sono risposte «agghiaccianti». «Dove sono le donne e gli uomini, dietro queste risposte?». C´è quasi rabbia, nelle parole del presidente della Camera: «Ci sono 130 mila persone che l´anno prossimo hanno maturato il diritto ad andare in pensione. Molte hanno lavorato 35 anni in fabbrica, 48 ore a settimana. Con salari minimi, con turni massacranti. Per loro andare in pensione è come raggiungere un´oasi. E se tu gli sposti l´oasi, anche solo di un metro, commetti un delitto sociale. Un delitto che noi non possiamo e non vogliamo commettere...». Questo, dunque, è il paletto invalicabile della trattativa. Qualunque intervento sull´età pensionabile deve «salvare» i diritti acquisiti degli operai. «Sono pochi? Può darsi. Ma io voglio guardare negli occhi ed ascoltare le lavoratrici tessili del biellese, o i lavoratori metalmeccanici che non hanno avuto la fortuna di trovarsi un Marchionne come capo-azienda. Sono persone che hanno maturato un diritto sacrosanto, e noi abbiamo il dovere di garantirglielo. E sa perché? Non per ragioni "di classe", come qualcuno potrebbe pensare. Ma proprio per l´idea di sinistra che ci ha insegnato Bobbio, quella che ruota intorno all´uguaglianza. Nella nostra società questi sono gli "ultimi". Questi sono i "deboli". E io, che rifiuto l´idea di vederli contrapposti ai giovani in un presunto e per me insostenibile "conflitto generazionale", voglio difenderli. È esattamente questa la ragione per cui noi facciamo politica, e la ragione che nel secolo scorso ha consentito alla stessa politica di raggiungere il suo punto più alto, ponendosi l´obiettivo della trasformazione radicale della società». Questa visione, che i suoi critici definiranno vetero-operaista, non lo spaventa: «Certo, diranno che sono classista, diranno che sono conservatore. Ma in realtà garantire i diritti acquisiti a quelle persone è una risposta doverosa persino nell´ottica del "capitalismo compassionevole"...». Quello che Fausto il Rosso non accetta è che il problema di quelle «persone in carne ed ossa» venga rimosso, come se non esistesse. «L´ho detto a Padoa-Schioppa, quando è stato qui da me: io capisco che il tuo vincolo è l´equilibrio finanziario. Ma tu cosa rispondi al mio vincolo, che invece è la tutela che dobbiamo a quei lavoratori?». Allo stesso modo, non sopporta che il problema venga aggirato, con quella che chiama «la formula ambigua dei lavori usuranti». «Che vuol dire lavori usuranti? C´è chi dice che è usurante fare la maestra d´asilo. E come dovremmo definire allora il lavoro di chi fa il turnista in un´azienda meccanica, o di chi passa la giornata davanti a una pressa? Sono pronto a sostenere il confronto in un´assemblea sindacale, di fronte ai lavoratori del pubblico impiego. Sono pronto a spiegare perché è legittimo chiedere a loro di andare in pensione più tardi. Durante la vita lavorativa, hanno beneficiato di condizioni che un operaio non raggiungerà mai: contratti, orari, disciplina normativa, livelli retributivi, garanzie occupazionali. Non è giusto difendere la disuguaglianza di condizioni mentre si lavora, e poi pretendere l´uguaglianza solo quando si va in pensione». Come si può trovare l´intesa, al tavolo con le parti sociali, il presidente della Camera non può e non vuole dirlo. «Non sta a me indicare soluzioni. Le trovino loro...». Purchè le trovino. Ignorare il tema non si può: «Capisco un approccio alla Sarkozy, che brutalmente dice ai lavoratori "vi do più soldi, vi detasso gli straordinari, purchè lavoriate di più". Per me è una soluzione impraticabile. Ma è il segnale che si riconosce l´esistenza di un problema, anche se gli si dà una soluzione sbagliata». Qui, secondo Bertinotti, si rischia di dare una soluzione sbagliata proprio perché non si vuole vedere il problema. E la ragione, secondo le parole usate nell´editoriale per la sua rivista, sta anche e soprattutto «nell´insidia neo-borghese», cioè in quella tendenza di una certa classe dirigente, nel mezzo della transizione incompiuta, a voler «precludere alle sinistre critiche ogni possibilità di essere attive nei processi politici». Il «manifesto» di Montezemolo all´assemblea di Confindustria è «la punta dell´iceberg». E´ il paradigma di una strategia che mira innanzitutto a «sradicare la sinistra dal Nord del Paese», dove c´è «la frontiera dell´innovazione capitalistica europea», e dove «se sei a rischio come sinistra di alternativa, sei a rischio per il futuro». E in subordine, mira a «cancellare le categorie di sinistra e di destra», in nome di una presunta «neutralità» delle politiche e di una palese «inutilità» della politica. E punta a creare uno spazio in cui, alla fine, «tutto diventerebbe centro». Nelle sue diverse versioni e nelle sue possibili conformazioni. Lui non lo dice espressamente. Ma c´è una sponda politica, per questo disegno tecnocratico. E non è solo quella di Casini. È anche quella di Dini. Stretta in questa tenaglia, secondo l´analisi di Bertinotti, la sinistra radicale ha due doveri. Il primo è accelerare al massimo «sulla costituente del soggetto unitario e plurale della sinistra di alternativa», che deve ambire alla «ricerca sul socialismo del XXI secolo». Il secondo è riaffermare con orgoglio il suo «non possumus» sulla previdenza. La domanda cruciale è: fino a che punto? Si può arrivare a una crisi del governo Prodi sulle pensioni, come accadde nel ´98? Il presidente della Camera pesa le parole: «Non si può escludere nulla. Certo oggi le condizioni sono diverse dal ´98. Allora facemmo una scelta politica dolorosa ma necessaria. Prodi scelse una strada che noi non potevamo imboccare, e decidemmo di riprenderci la nostra autonomia. Ma allora c´era solo un patto di desistenza. Oggi c´è invece un´alleanza organica, e c´è un programma comune che, piaccia o no, tutti gli alleati hanno sottoscritto. Oggi tutti, da Rifondazione al Pdci ai Verdi, capiscono che questo governo e questa maggioranza rappresentano l´equilibrio più avanzato possibile, per le forze della sinistra di alternativa. Dunque nessuno vuole la crisi. Ma questo non vuol dire che il rischio non c´è...». Il quadro politico è così «sfarinato», si sarebbe detto ai tempi di Rino Formica, che Fausto il Rosso vede un pericolo diffuso, e annidato ovunque: «Le pensioni arriveranno al voto qui alla Camera in autunno. Ma prima avremo l´ordinamento giudiziario, con le tensioni tra Mastella e Di Pietro. Poi c´è un altro focolaio, tra conflitto d´interessi e riforma delle tv. Per non parlare della legge elettorale, che resta sullo sfondo, irrisolta...». Insomma, Bertinotti non lo dice, ma applica al governo la metafora del «vestito liso»: si sta logorando, e dunque si può strappare. In ogni momento, e in qualunque sua parte. Per evitarlo c´è un solo modo: una guida politica forte. Molto più forte, molto più incisiva. Che guidi i processi, e non si faccia travolgere. Ma questo è un problema che non si può porre al presidente della Camera, perché riguarda solo il presidente del Consiglio. |