28/7/2005 ore: 11:54
"Mondo" Il leader «atipico» che spacca il sindacato
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pagina 14- Esteri Colloquio con l'uomo che ha guidato la fronda anti Afl-Cio Usa, la rivoluzione viola del leader «atipico» che spacca il sindacato Andy Stern, il leader del Seiu, il maggiore sindacato americano che ha abbandonato l'Afl-Cio insieme ai camionisti di James Hoffa, è l'uomo del giorno. Nella sala congressi del «Navy Pier» di Chicago va avanti la «convention dimezzata», ma i «media» cercano lui: il leader carismatico e un po' egocentrico dell'unica centrale in forte crescita di iscritti (1,8 milioni, quasi un raddoppio in 10 anni) che già a novembre, dopo la sconfitta elettorale di John Kerry, aveva avvertito: «Le cose sono due: o cambiamo tutti insieme il modo di fare sindacato, oppure noi ce ne andiamo». Pantaloni neri e camicia viola, il colore divenuto la bandiera della Seiu, Stern attraversa a piedi la città a passo di carica, passando da un'intervista alla Cnn ad un incontro con gli editorialisti del Chicago Tribune . L'ufficializzazione della rottura è stata per lui una liberazione, dopo settimane tesissime di accuse roventi e trattative sotterranee. Ma Stern sente comunque tutto il peso - politico e umano - della decisione con la quale ha spaccato, per la prima volta dal 1935, il sindacato americano. Molto più veloce e articolato delle altre fasi della "rivoluzione industriale", perché coinvolge tanto le tecnologie, in rapidissima evoluzione, quanto la dimensione del lavoro: con la globalizzazione cadono le barriere, cala il ruolo dei singoli governi, cresce il peso di imprese multinazionali che fissano gli standard del lavoro in varie parti del mondo. Problemi enormi che impongono al sindacato di ripensare sé stesso. Noi abbiamo posto questo problema all'Afl-Cio. Sweeney ha accettato la discussione ma non se l'è sentita di divenire egli stesso il promotore di un cambiamento profondo: si è limitato a moderare il dibattito. E tutto si è fermato nel gioco dei veti incrociati». Stern è accusato di aver posto le sue richieste - raggruppare le 57 «union» in non più di 15-20 federazioni, dirottare una parte dei finanziamenti per le campagne elettorali dei democratici verso le iniziative per l'allargamento della base degli iscritti - in termini ultimativi. Lui nega: «Non sono un dittatore, rispetto il processo democratico. Ma se un leader capisce che la situazione è grave deve agire di conseguenza, proporre scelte drastiche. E poi guardi che i lavoratori sono spaventati dal cambiamento, ma ne capiscono anche la necessità. Sono i più esposti: i primi a pagare se le cose non migliorano». Ma la ricetta degli scissionisti è davvero radicalmente diversa? Per il Wall Street Journal , ad esempio, il loro approccio è più moderno e realistico, ma poi, sui temi di fondo, tutti i sindacati rimangono protezionisti, vogliono tasse più alte e a regole più restrittive sull'utilizzo della forza-lavoro. Stern contesta questa analisi: «Il processo di globalizzazione in atto non mi piace, è vero. Il saldo tra benefici e svantaggi per i lavoratori americani è nettamente in passivo. Ma è un processo irreversibile: dobbiamo imparare a conviverci. C'è sempre un problema di distribuzione del reddito, certo. Ma questo non basta più: dobbiamo occuparci di come favorire la creazione di questo reddito, lavorare sull'aggiornamento professionale, lo spostamento del lavoro verso impieghi più qualificati e meno vulnerabili. Ragionando in questi termini riusciamo a discutere anche con aziende come "Yahoo!" e "E-bay"». E la diffidenza dei politici democratici che temono di perdere l'appoggio delle «union»? Stern sostiene che la concorrenza tra sindacati avrà effetti benefici anche per i democratici. Avverte, però, che nel mondo di oggi le confederazioni non possono continuare a puntare tutto sul cambio degli equilibri politici. Ma se Kerry avesse vinto a novembre, lei oggi sarebbe qui? «Con i democratici al potere - ammette - sarebbe stato molto più difficile arrivare ad un confronto chiaro e ultimativo».
Massimo Gaggi
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