8/1/2007 ore: 10:39
"Lavoro" L'esercito degli anziani-precari
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Pagina 10 - Economia hanno portato all'espulsione di molti ultra 50enni Le aziende hanno risparmiato sui salari ma hanno perso professionalità Smentita la tesi che per favorire l'occupazione giovanile debbano andarsene i più in là con gli anni: il ricambio generazionale è stato parziale Un fenomeno comune in tutta Europa ma particolarmente preoccupante da noi: in quella fascia d´età solo uno su tre lavora Per ora rompono il silenzio inviando lettere ai giornali, raccontando, con imbarazzi, la storia del proprio declino personale. Mentre il dibattito politico-sindacale è tutto incentrato sul necessario prolungamento dell´età lavorativa per garantire la sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale, pressato proprio dalle uscite dal lavoro di una popolazione relativamente giovane, quella con un´età compresa tra i 55 e i 60 anni. Quasi un ossimoro sociale. Le stime convergono: sono circa 6-700 mila i lavoratori italiani che superati i quarant´anni, una volta perso il posto, non riescono più a ricollocarsi. Soprattutto per chi viene da un´azienda di grandi dimensioni. E´ un fenomeno che attraversa tutta la vecchia Europa, ma che in Italia è già più preoccupante perché da noi il tasso di occupazione tra i lavoratori "anziani" (50-64 anni) è già ai minimi: poco più del 38% contro il 72% della Svezia o il 65 della Danimarca. Nell´Agenda di Lisbona scritta nel marzo del 2000, l´Unione europea si è data come target quello di portare l´occupazione tra gli ultra 55-enni al 50% nel 2010. Per noi è un miraggio visto che solo uno su tre, in quella fascia di età, continua a lavorare. Questa storia collettiva comincia, quasi un ventennio fa, a cavallo tra la fine degli anni Ottanta i primi anni Novanta, con il profondo processo di ristrutturazione della grande industria italiana. Dice Bruno Contini, economista dell´Università di Torino e animatore del "Labor-Laboratorio Riccardo Revelli": «Se l´invecchiamento della popolazione è un prodotto della demografia, non è detto che l´invecchiamento della forza-lavoro dipenda solo da quella». La tesi è che le aziende si sono "liberate" della vecchia e costosa forza lavoro, ricorrendo a mani basse a tutti gli strumenti possibili, dai prepensionamenti alla mobilità lunga. Poi hanno assunto un po´ di giovani, molto di meno dei posti liberati, smentendo l´idea che per aumentare l´occupazione giovanile debbano andarsene in pensione il prima possibile i lavoratori più anziani. I nuovi assunti sono stati pagati anche molto di meno e il turn over tra loro è stato - come sappiamo - intensissimo. I costi sono un fattore decisivo in questa storia. Lo ha dimostrato proprio un recente studio di Labor: attualmente impiegare un lavoratore anziano costa all´azienda circa il 60% in più di un giovane di pari qualifica. Vent´anni fa il divario era decisamente più contenuto, intorno al 30%. Più in dettaglio: fatta 100 la retribuzione di un over 45 nel settore privato, quella media dei giovani under 25, a parità di mansioni era 71 nel 1985, è scesa a 62 nel 1991 ed è precipitata a 59 all´inizio del nuovo secolo. Le imprese hanno ridotto i costi, ma hanno perso professionalità con conseguenze anche sul livello di competitività. Smentendo, nel medio periodo, un altro luogo comune, secondo cui i lavoratori più anziani sarebbero anche quelli meno produttivi. «Quello che sappiamo - ha scritto Tito Boeri, professore di economia del lavoro alla Bocconi - non conferma affatto l´opinione comune. L´età riesce a spiegare molto poco delle differenze nella performance lavorativa di diversi individui e sono molti gli studi che documentano produttività elevate sopra i 55 anni, soprattutto per mansioni che richiedono maggiore esperienza e capacità verbali». Tant´è che molti pensionati continuano a lavorare: secondo le statistiche (comunque viziate dall´ampiezza del lavoro "grigio") sono circa 900 mila, pari a circa il 7,6% del totale della categoria. Dunque non si va in pensione perché non si è più in grado di svolgere un´attività lavorativa. E spesso non ci si va nemmeno per scelta. A questa conclusione è giunta la prima fase dell´indagine Share (Survey of health ageing and retirement in Europe) promossa nel 2004 dall´Unione europea. Con differenze significative, però, tra paese e paese. «In Austria e Italia - osserva Agar Brugiavini della Ca´ Foscari di Venezia, che ha partecipato alla ricerca - dove le pensioni di anzianità sono particolarmente diffuse, la proporzione di individui tra i 55 e i 59 anni che lavora è compresa attorno al 50% degli uomini e al 22% delle donne, molto al di sotto dei paesi scandinavi, ad esempio. Che questa uscita prematura dalle forze di lavoro sia fortemente incoraggiata dagli incentivi finanziari insiti nel sistema pensionistico è confermata dalla percentuale di individui in buona salute che non lavora in Italia e in Austria». In pratica, molti pensionati italiani e austriaci (ma anche francesi e belgi) potrebbero lavorare. Si corre ai ripari, allora, dall´Italia alla Germania, alla Francia. In Gran Bretagna il giovane leader conservatore, David Cameron, chiede - lui under 40 - di smetterla con la cultura del «giovanilismo». Ma si è già perso tanto tempo. Le aspettative di vita macinano record su record (nel 2050 un italiano su tre avrà più di 65 anni) e gli anziani stanno diventando giovani. Più o meno. |