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"La Confindustria assente nella lotta al lavoro minorile" L'atto d'accusa del leader Cgil Cofferati: subito la legge sul marchio sociale
di RICCARDO DE GENNARO
ROMA - "Sorprende che la Confindustria torni ripetutamente a insistere sul tasto del lavoro nero, avanzando proposte propagandistiche come quelle sull' Irpeg, e poi taccia sull'aspetto più odioso del problema, e cioè il lavoro e lo sfruttamento dei minori. Su questo tema, da parte della Confindustria, c'è una sistematica sottrazione di responsabilità". Per il leader della Cgil, Sergio Cofferati, gli industriali dimostrano scarsissimo impegno nella lotta contro il lavoro minorile. Non solo - denuncia Cofferati - il codice di comportamento previsto dall' accordo firmato da tutte le parti sociali al ministero delle Politiche sociali nel '98 "è rimasto lettera morta per colpa della Confindustria", ma la stessa legge sul "marchio sociale", che garantirebbe sul non utilizzo di bambini nella realizzazione dei prodotti, tarda ad essere approvata in Parlamento, perchè osteggiata dalla confederazione guidata da Antonio D'Amato, che - nelle audizioni parlamentari - si è pronunciata contro. "Quella sul marchio sociale - dice il numero uno della Cgil - è una legge che ha un carattere più che altro simbolico, ma che può divenire un punto di riferimento per la lotta allo sfruttamento del lavoro dei minori". L'attacco di Cofferati ha luogo durante la presentazione ufficiale dell'inchiesta della Cgil su "Lavoro e lavori minorili", curata da Gianni Paone e Anna Teselli e pubblicata da Ediesse. Dalla ricerca, anticipata da Repubblica il 2 e 3 novembre, emerge che in Italia ci sono 400mila bambini tra gli 11 e i 14 anni di tutta Italia che lavorano e che, tra questi, 120mila sono sfruttati. A questo proposito, Cofferati sollecita un maggiore impegno nella lotta alla povertà materiale, ma anche contro la povertà culturale: "Occorre rompere il circolo vizioso della povertà, proprio nel momento in cui si affaccia l'inquietante fenomeno del "lavoro povero", cioè quelle forme di attività remunerate che non consentono a un individuo - sono soprattutto donne - di uscire dalla soglia di povertà. E questo si riproduce con le generazioni successive". Cofferati approfitta della ricerca sul lavoro dei bambini che non studiano più per difendere a spada tratta la riforma della scuola del ministro De Mauro: i cardini della riforma, dice, sono la formazione e la funzione dei cicli che, rispetto all'attuale situazione, non creano un vuoto formativo tra i diversi periodi scolastici che "sono "momenti critici" per il diffondersi del lavoro minorile". Dice don Vinicio Albanesi, della comunità di Capodarco (Ascoli Piceno), che si occupa da anni di sfruttamento dei minori: "Chi non manda i figli a scuola è un delinquente. Il bambino che non va a scuola sarà un disadattato. Non ha che tre scelte: ottimo consumatore, pecoraro o deviato. Senza cultura e senza risorse, in una società così evoluta, tu non sei nulla. Il bambino che lavora non avrà mai un mestiere". Nel mondo i bambini che lavorano sono complessivamente 250 milioni, molti dei quali in stato di schiavitù. "È necessario che, nell'ambito dei vertici del Wto - dice Agostino Megale, presidente dell'Ires-Cgil - l'Europa sostenga l'introduzione della clausola sociale, che impone alle imprese il rispetto della Convenzione per i diritti dei minori". Megale sottolinea poi un dato che non deve essere sottovalutato neppure in Italia: il fattore costo del lavoro. "Duecentocinquanta milioni di bambini al lavoro nel mondo significano tra l'altro 250 milioni di disoccupati adulti, che naturalmente costerebbero il triplo del lavoro minorile".
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