28/4/2005 ore: 11:13
«Italia in declino, ultima in Europa»
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Pagina 9 - Economia Ecco il primo rapporto sullo stato del Paese presentato oggi dagli imprenditori Il reddito procapite nazionale è tornato ai livelli degli anni Settanta «Italia in declino, ultima in Europa» Confindustria: i servizi più cari, l´istruzione più bassa la competitività A metterle assieme è stato il Centro Studi della Confindustria, elaborando il primo check-up completo sullo stato della competitività in Italia. L´analisi, che verrà aggiornata ogni tre mesi e che oggi sarà presentata al direttivo e alla giunta degli imprenditori, traccia un responso che lascia pochi dubbi: il Paese è in piena fase di rallentamento, in alcuni casi è addirittura tornato indietro di trent´anni. Basti pensare al livello del reddito pro capite: nel 1986 quello italiano sembrava aver preso il volo, era più alto del 6 per cento rispetto alla media europea (un anno dopo, l´allora premier Craxi avrebbe annunciato il «quinto posto» dell´Italia nella classifica dei «potenti» e il sorpasso sull´Inghilterra). Nel 2003 il suo livello si è riabbassato alla media Ue, come negli anni Settanta. Stesso risultato se il paragone viene fatto con il reddito pro capite Usa: poco più di vent´anni fa il nostro era l´80 per cento di quello medio americano, ora è scivolato al 70. D´ altra parte, fa capire Confindustria, i favolosi anni della crescita - boom economico, culle piene e morale alto - sono davvero un ricordo lontano. Se la produzione del Paese, trent´anni fa viaggiava a tassi di crescita del 3 per cento, oggi annaspa all´1. E´ vero che ora di mezzo c´è anche il caro petrolio e l´euro forte che penalizza le esportazioni (la quota italiana sul commercio mondiale, dal 1996 al 2004, è scivolata dal 4,8 al 3,8 per cento). Ma è altrettanto innegabile che gli altri partner europei hanno saputo parare i colpi meglio di noi: sia per quanto riguarda la capacità di produrre (il Pil della Ue nel 2004 è cresciuto ad un ritmo del 2,2 per cento), che per quanto riguarda quella di vendere (Francia e Germania hanno mantenuto stabili al 5 per cento le loro quote sul mercato mondiale). |