Intervista a cura di Sergio Sergi
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20.02.2002 "L'asse Blair-Berlusconi? Solo brodaglia generica"
BRUXELLES Il documento di Blair e Berlusconi? Una "brodaglia generica". Caustico, severissimo nell’analisi di quel testo sulle politiche sociali sfornato dai due capi di governo a Palazzo Chigi, Bruno Trentin smonta persino l’idea che le tesi esposte possano avere come riferimento il progetto dell’Unione europea definito due anni fa a Lisbona. E, aggiunge: Nelle indicazioni, negli obiettivi posti dal Consiglio europeo non esiste nemmeno la favola della flessibilit? che crea occupazione, si afferma invece che la flessibilit? ? indissociabile da una politica di formazione lungo tutto l’arco della vita in modo da creare occupabilit?. Piuttosto il documento tenta di rilanciare una proposta uscita sconfitta proprio a Lisbona: porre fine alla contrattazione collettiva e ricorrere all’adesione volontaria ai contratti. Altro che attribuzione di un ruolo speciale alle parti sociali per governare il processo di trasformazione del lavoro, verso una societ? della conoscenza e dell’innovazione. Niente di ci?. Il sindacato ? considerato alla stregua di un ente inutile. Trentin sintetizza: "La Confindustria e il governo ripetono il ritornello della flessibilit? come condizione per dare occupazione. S?, parlano di lavoro e lo daranno di sicuro. Ma soprattutto agli avvocati, e ovviamente per chi se li pu? pagare".
On. Trentin, perch? definisce brodaglia generica il testo Blair-Berlusconi? Anche nel testo di Lisbona si insiste sulla necessit? di mettere mano al mercato del lavoro
Ma io sono stupito, a dir poco, perch? non c’? alcun rapporto, come come invece hanno fatto ritenere molti commenti e affermazioni, tra il cosiddetto documento sulla flessibilit? e quanto deciso a Lisbona. Anzi, per la sua genericit? e la gravit? di alcune proposte, il testo italo-britannico riporta la situazione anni indietro.
Ma ? quasi unanime il riconoscimento dei numerosi ostacoli che frenano la crescita.
Non c’? dubbio. A Lisbona sono stati indicati tre ostacoli principali ma non ? stata messa in causa la regolazione eccessiva dei mercati del lavoro. Gli ostacoli sono: 1) la ricerca e l’innovazione, bassi in Europa e ancora di pi? in Italia; 2) l’assenza di un sistema formativo lungo tutto l’arco della vita di un lavoratore; 3) l’invecchiamento della popolazione e il basso livello della popolazione attiva. Il documento italo-inglese non assume l’obiettivo di rimuovere questi ostacoli come condizione fondamentale e, direi, preliminare. I tre punti sono richiamati ma assolutamente sganciati dall’obiettivo dell’occupazione. C’? invece una flessibilit? forzata, attraverso la libera possibilit? delle imprese di mutare la stessa struttura della contrattazione collettiva, una deregolamentazione del mercato del lavoro e della contrattazione. Ecco: in questo documento sono ripescate le tesi sconfitte a Lisbona, come la riduzione indiscriminata dei costi del lavoro e salariali nelle regioni meno sviluppate. La famosa storia di rapportare il salario al livello della disoccupazione, no? ? in questo contesto che viene riproposta la tesi tanto cara a Berlusconi sui contratti individuali. Altro che il richiamo a quanto deciso a Lisbona. Qua emergono gli orientamenti ben noti del governo italiano, e di quello britannico: un’allergia a guidare la trasformazione insieme alle parti sociali”.
Ma ? un fatto: i due governi hanno preso una posizione comune in vista del summit di Barcellona.
Dobbiamo prendere atto, purtroppo, di questa unit? ideologica, forse raggiunta per altri fini. Resta il fatto, per?, che guardando alle esperienze concrete avviate nei due paesi ci troviamo di fronte ad uno strano connubio. In Gran Bretagna il sistema pubblico di avviamento al lavoro ? fondato su una rete che si estende per i quartieri e i villaggi mentre in Italia si tende a liquidare quel poco di pubblico che c’? in fatto di collocamento e di formazione. Dove sono in Italia gli investimenti per la ricerca e la formazione. In Italia siamo all’anno zero.
Come si spiega il documento?
?Lo spiegano i commenti con cui gli interessati hanno accompagnato l’evento. Al fondo c’? una profonda avversione al processo federalista di unione politica dell’Europa. Il riferimento ossessivo al superstato federale ? la chiave di lettura di questa iniziativa. Nessuno vuole un superstato accentratore ma ? chiara la linea di chi vuole far prevalere un’Europa intergovernativa rispetto a quella comunitaria che si batte per una maggiore integrazione?.
Le accuse a Blair, anche da sinistra, sono state pepate.
Mi sembra assurdo che lo si scopra solo adesso. Hanno vecchia data gli affanni europei del Regno Unito: dalla nascita sino al mancato aggancio all’euro. C’? un mal di pancia che viene da lontano.
C’? chi propone di isolare Blair dalla famiglia socialista.
Il problema ? di confrontarci, altro che interrompere i rapporti. Nel Pse ci sono molte posizioni diverse. Dobbiamo condurre una battaglia di convincimento su una linea coerente con il processo di Lisbona e che porti a conquistare un governo dell’economia. Dobbiamo confrontarci in termini costruttivi, senza rimanere prigionieri dell’immobilismo. Il fatto che Blair voglia indire un referendum sulla moneta unica ? un fatto politico rilevante. In ogni caso, l’unione politica non dovr? attendere chi si ? attardato.
Qualcuno si ? scandalizzato perch? Blair ha firmato un documento con Berlusconi.
Pretendere un’identit? mi sembra assurdo. Sono del parere, per?, che bisogna aprire un dibattito tra la condotta di un governo che ha i suoi vincoli e la realizzazione di una societ? che ? pur sempre la ragion d’essere di un progetto socialista. Non rotture, dunque, ma dialogo.
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