19/12/2002 ore: 10:48
"Intervista" Poletti: Il governo non comprende il dramma dell’economia
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19 dicembre 2002
l'intervista
Giuliano Poletti
presidente Legacoop
Tutta l’impostazione della manovra è sbagliata, non tiene conto della crisi internazionale. I condoni? Un brutto segno
Il governo non comprende il dramma dell’economia
Angelo Faccinetto
MILANO C’è un problema di fondo,
che condiziona la politica economica
del governo e, quindi, anche la Finanziaria
2003: la mancata presa d’atto
delle reali condizioni dell’economia.
Nazionale e mondiale. È da qui che,
secondo il neo presidente di Legacoop,
Giuliano Poletti, si deve partire
per imboccare la strada giusta. «Finchè
questa presa d’atto non ci sarà - dice
- sarà difficile dare ai cittadini
l’impressione che la situazione è sotto
controllo». E sarà difficile ricostruire
quella fiducia che è condizione essenziale
per ogni possibilità di ripresa.
Presidente, la Finanziaria 2003
è in dirittura d’arrivo, che giudizio
dà del testo in fase di approvazione?
«Il nostro giudizio è stato critico
sin dall’inizio. Perchè non affrontava
i problemi dell’economia, nè quelli
strutturali, né quelli congiunturali. In
questi mesi, è vero, sono stati apportati
molti cambiamenti, ma la Finanziaria
mantiene i suoi limiti, evidenti».
Qual è la critica principale che
muovete a governo e maggioranza?
«La mancata presa d’atto dello stato
reale dell’economia, mondiale e nazionale.
Il quadro è caratterizzato da
grande incertezza, c’è una forte crisi
di fiducia e l’Italia non fa eccezione.
Finché questa presa d’atto non ci sarà,
sarà difficile cambiare rotta e dare
ai cittadini l’impressione di una situazione
sotto controllo. In questo clima
anche le decisioni prese rischiano di
non produrre i risultati che potrebbero
essere raggiunti».
Dunque?
«Bisogna dare ai cittadini il senso
di una comprensione esatta della situazione
del Paese. E fare scelte, dal
punto di vista economico, conseguenti».
Basta?
«È anche necessario riattivare le
condizioni, e i tavoli, del confronto e
della concertazione. Servono politiche
difficili, che richiedono sacrifici e
fiducia. Per questo sono indispensabili
rapporti positivi tra i diversi soggetti,
economici e sociali, e le istituzioni».
Voi siete tra i firmatari del Patto per l’Italia.
Con le scelte della Finanziaria, il governo
lo sta demolendo. Cosa chiedete a Palazzo
Chigi?
«Il Patto è stato sottoscritto da
molti soggetti. Ciascun soggetto, con
la firma, si è impegnato a garantirne
l’attuazione per la parte di sua competenza.
Penso che il governo vada misurato
su questo. Il quadro della finanza
pubblica è difficile, nonostante ciò sono
stati affrontati problemi delicati,
come quello dei 15mila Lsu impegnati
nelle pulizie delle scuole che rischiavano
di perdere il posto. Ma non basta.
Se si cambiano termini e condizioni
è necessario che si richiamino gli
interlocutori e che si riapra il confronto.
Non ci possono essere atti unilaterali.
Altrimenti il Patto viene svuotato
dei suoi contenuti».
Nella sua configurazione definitiva
la Finanziaria si caratterizza
per una raffica di condoni.
Che giudizio ne dà?
«I condoni non sono un buon segnale
al Paese. Sanciscono nei fatti
una disparità tra cittadini e imprese,
tra i cittadini tra loro. Pensiamo ad
esempio ai lavoratori dipendenti che
vengono tassati alla fonte. Ma non è
solo una questione morale. Come tutti
i provvedimenti una tantum, il condono,
una volta attuato, finisce col
lasciare inalterati i problemi di prospettiva.
Problemi che per la finanza
pubblica sono pesanti».
Si era parlato molto di provvedimenti
finalizzati al rilancio dei consumi, invece
non ce n’è traccia. È un male?
«Il vero problema è la fiducia. Gli
eventuali microinterventi possono
avere un respiro solo congiunturale.
Quello che serve, ripeto, è la fiducia
dei cittadini. Costa di meno, produce
di più. Ma politicamente è anche
l’obiettivo più difficile da raggiungere».
Criticata l’impostazione di fondo
e bocciati i condoni, quali sono gli altri
punti di maggior negatività che vedete
in Finanziaria ?
«Penso al tema della conoscenza.
Quello della ricerca, come quello dell’istruzione,
è una campo nel quale
non si possono lesinare le risorse. Farlo,
è un segnale sbagliato. Insieme alla
fiducia è un elemento di interesse generale:
è qui che si afferma o meno la
competitività del Paese. Ma per far
ciò è necessario che si guardi alla realtà
per quello che è. Cosa che invece
non si è fatta».