4/3/2003 ore: 12:31
"Intervista" Pezzotta: «Digiuno, perché la pace è possibile»
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4 marzo 2003
L’opinione pubblica è un freno formidabile ai rischi di guerra:
non dividiamola non indeboliamola per interesse particolare
La gente meglio della politica avverte che il mondo è cambiato
e che nell’epoca della globalizzazione i rapporti devono mutare
«Digiuno, perché la pace è possibile»
Il segretario della Cisl, Savino Pezzotta, parla da cristiano del suo impegno
MILANO «Buona cosa è la preghiera con
il digiuno e l’elemosina con la giustizia».
Così predica l’Antico Testamento
e Savino Pezzotta vuol essere un buon
cristiano, s’attiene al precetto nel mercoledì
delle Ceneri, segue l’invito del
Papa a pregare per la pace e invita quanti
nella sua organizzazione seguiranno
il suo esempio a un passo oltre la preghiera:
l’elemosina con la giustizia, «dare
il corrispondente di un pasto per un
progetto di cooperazione che il nostro
istituto di cooperazione internazionale,
l’Iscos, promuove nel Kurdistan irakeno, per
l’assistenza e l’accompagnemento dei bambini».
Il corrispondente è calcolato in circa venti euro.
Il segretario della Cisl ieri era a Torino, ha
partecipato a un incontro sulla «pace possibile»:
«La pace non è solo possibile - ha spiegato
- ma necessaria e oggi lo dimostra anche il fatto
che lo stesso Saddam Hussein ha cominciato a
modificare, seppure leggermente, le proprie posizioni.
La pace vince, se nell’opinione pubblica cresce la
volontà di fermare la guerra».
Segretario Pezzotta, che valore attribuire
al digiuno? Tanti, pure non cristiani, atei dichiarati,
hanno manifestato l’intenzione di digiunare...
«Per noi cattolici il primo giorno di Quaresima è un
giorno di digiuno. In questa circostanza assume una
caratterizzazione particolare perchè il papa gli
ha assegnato una caratterizzazione particolare,
per la pace, perchè la pace va
costruita anche dentro di noi. La pace
interiore, pur vivendo di inquietudini,
di indignazione, di sdegno, deve crescere».
Esclude la politica?
«Non sono in pochi coloro che hanno
visto solo la politica. Mentre secondo
me il disegno si colloca in un altro
ambito, in un’altra dimensione, in una
sorta di disarmo interiore nei confronti
dell’odio, della violenza, di quella volontà
di potenza, anche nel senso del consumismo,
che pure allignano dentro il cuore delle persone.
Il digiuno e la preghiera sono la via per costruire
quella pace interiore che ci rende liberi dal
possesso, dal consumare, dal dominare,
che ci permette di riconoscere il valore
dell’interiorità».
Non è solo dei cattolici questo percorso...
«Non è questione d’obbedienza alla
mia chiesa. E infatti dicevo del valore
dell’interiorità. Il digiuno non è prerogativa
della religione cattolica. Quasi
tutte le religioni evocano dentro di sè il
senso del digiuno che è il senso del distacco.
Gandhi era un digiunatore...
Non mi considero un pacifista, mi considero
un pacifico e per essere pacifici
bisogna anche inseguire la purificazione
dei mezzi... Gandhi appunto che ci
insegnò la coerenza tra i fini e i mezzi
che si mettono in campo. Il digiuno
aiuta la pacificazione interiore. Il guerriero
deve essere forte e sazio. Se non è
sazio come può combattere? Assumere
la debolezza come valore: la limitazione
diventa la forza che innesta il cambiamento,
un mutamento dentro di sè che
provoca il mutamento degli altri...».
Qui si parla di rivoluzione...
«Questo non lo so. Io non sono un
rivoluzionario. Sono un povero cristiano».
A capo di una grande forza...
«Seguiamo Gandhi. Gandhi è l’emblema
della debolezza e della mitezza
che diventano protesta, diventano politica...
Dimostrando che la politica non
è solo forza. Sono sempre affezionato
alla idea della politica come amicizia.
Non mi va il concetto che domina nel
nostro paese: la politica è nella coppia
amico - nemico. Vorrei credere che la
politica sia essenzialmente amicizia:
amicizia verso gli uomini, amicizia verso
la polis. Se vogliamo che politica diventi
amicizia la mitezza diventa la strada
maestra... Questo non vuol dire ne-
Lei si definisce pacifico e non pacifista.
Perchè?
«Perchè vedo nel pacifismo come
nei pacifisti molta ideologia. Non condanno.
Ma vorrei che chi vuole la pace
fosse libero dall’ideologia della pace.
La pace vive nelle contraddizioni e le
contraddizioni bisogna attraversarle...».
In questa visione pacifica, quali esempi
ha seguito?
«Il primo è Francesco. Poi per avvicinarmi
ai nostri tempi, Gandhi. Francesco e Gandhi
sono riusciti a diventare una icona di quello
che si dovrebbe essere, un’icona della coerenza
tra i fini e i mezzi.
Non c’è contraddizione tra la loro vita e l’obiettivo
che perseguono...
Per carattere sono uno che si arrabbia.
Quindi sono lontano da quell’idea.
Dovrei ricordare padre Charles de Foucault...».
Il creatore dei “piccoli fratelli di Gesù”,
che raccomandava: la vita vivila nel luogo
più utile al prossimo. Non ha ricordato
Capitini, che le bandiere della pace
di questi giorni hanno invece
tanto ricordato?
«L’ho conosciuto poco. Ha espresso
una visione laica di tipo gandhiano,
era un antimachiavellico e più volte lo
dice. Sono uomini che appartengono a
una dimensione che molti definirebbero
prepolitica e che andrebbe considerata
posto politica, avanti alla politica, nel
senso che trascina la politica...».
Anche questo digiuno quaresimale
trascina la politica?
«È un digiuno che sta dentro le cadenze
del tempo di un credente, ma si
fa con l’obiettivo della pace e per questo
si riverbera sulla politica. Non lo
assumerei come politico in senso stretto».
Cioè nel senso della bassa politica.
Come giudica il comportamento
della Chiesa in questa vicenda?
«Mi sembra che dalla Pacem in terris
in avanti l’impegno della chiesa sia
stato sempre alto. Le posso dire nel mio
ufficio conservo una copia originale dell’Italia,
il giornale cattolico, che pubblica
ad esempio una nota di Benedetto
XV contro la prima guerra mondiale.
L’attenzione s’è accentuata perchè i rischi
sono aumentati. Nella globalizzazione
le guerre non sono più locali, sono
sempre globali, anche quelle piccole.
La chiesa ha nel suo dna l’universalità e
avverte più di tutti i pericoli cui andiamo
incontro».
Dalla Pacem in terris alla Populorum
progressio, coniugando
due termini: pace e progresso...
«La Pacem in terris individuava nel
superamento delle ingiustizie la condizione
della pace. Paolo VI ha ampliato
il concetto e lo ha arricchito: il progresso
dei popoli sta nella pace e la condizione
della pace è la giustizia. Il problema
che abbiamo di fronte è proprio quanta
giustizia riusciamo a creare. Ognuno di
noi ci prova, in ognuno di noi ci dovrebbe
essere tensione verso la gistizia e
l’uguaglianza. Seguiamo il sentiero di
Isaia: le spade diventeranno vomeri e i
ragazzi non si eserciteranno più nell’arte
della guerra. Da questo punto di vista
bisognerebbe anche riflettere se non sarebbe
stato un bene sostituire un servizio
di leva obbligatorio con un servizio
civile obbligatorio. Perchè non insegnare
ai ragazzi a mettere un parte della
loro vita al servizio della comunità in
cui vivono?».
Lei ha visto l’Italia imbandierata
di queste settimane...
«Ho visto crescere un comune sentimento
di pace. La gente avverte più
della politica che il mondo è cambiato e
avverte che nell’epoca della globalizzazione
le cose devono mutare. Il problema
è di non appropriarsi di questo movimento,
di aiutarlo a crescere. Vedo
invece che troppi vogliono ficcare le loro
bandiere nelle bandiera della pace.
Io direi che dovremmo astenerci. Dovremmo
accompagnare questo movimento
e compiere tutti quei gesti che
non lo dividono. Lo dico perchè nelle
democrazie l’opinione pubblica e il consenso
generale pesano davvero. Dobbiamo
impedire che questo peso venga meno,
sacrificato alle nostre identità, soprattutto
quando si parla di pace...».
È un messsaggio? Anche per
l’amico Cofferati?
«Prima di mandare messaggi ad altri,
mi rivolgo a me stesso».