19/1/2007 ore: 9:57
"Ds" Mussi vince la «guerra delle minoranze»
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Pagina 2 - Politica Mussi vince la «guerra delle minoranze» Dopo la rottura di mercoledì sera al tavolo delle regole, la giornata di ieri si era aperta all’insegna della mediazione tra Fassino e la sinistra del partito. Telefonata mattutina tra il segretario e il ministro dell’Università, rinvio di due ore della direzione complice la nebbia che bloccava Mussi a Torino, poi un minivertice del Nuovo Correntone sotto il pergolato dell’hotel Quirinale. Da cui era uscita la scelta di inviare una delegazione a mediare con Fassino, prima dell’inizio della direzione. E così quando l’assemblea è finalmente iniziata il ghiaccio era rotto, la maggioranza disponibile anche a due voti segreti, su segretario e mozione. Restava appunto il tema del «link» tra le due cose, e Mussi nel suo intervento ha detto che toglierlo sarebbe «illegittimo» rispetto allo statuto del partito. Pochi minuti prima Angius aveva detto il contrario, e cioè che il voto segreto sulla mozione avrebbe significato «rinunciare ad un confronto vero e ad un dibattito trasparente». Dunque ok agli appelli all’unità, «ma io posso violentare me stesso fino ad un certo punto». Già, perché è proprio la terza mozione quella che finirà per subire i danni maggiori dall’intesa raggiunta ieri. Perché non aveva intenzione di presentare un candidato, scelta che ora potrebbe essere rimessa in discussione: «Così si spinge alla presentazione di candidature anche chi non lo voleva fare...», ha detto Angius. Un nostro candidato? «Vediamo, ci stiamo pensando». Da oggi ogni ipotesi di sinergia tra le due minoranze diventa più difficile. Anche se sulla «road map» partorita ad Orvieto le opinioni sono assai simili. «Ha ragione Gavino- ha detto Mussi- lì si è deciso tutto e vedo che anche oggi arrivano bruschi richiami (dalla Margherita, ndr) ai patti da rispettare». Stesso fastidio per le ingerenze lo ha espresso Angius, che ha anche criticato la Margherita per il suo avanzare solitario con l’iniziativa «primavera italiana», in pratica «un altro programma di governo». Eppure la tenaglia Mussi-Fassino alla fine lo ha stretto nell’angolo. Ha chiuso le porte all’ipotesi di un sì condizionato al Pd, a un dissenso circoscritto ai modi e non all’obiettivo finale e neppure alla figura del segretario. Aprendo la strada, ragiona Angius, ad un congresso «che si trasformerà in un referendum» sul Pd, proprio quello che la terza mozione voleva evitare. Mussi, dal canto suo, ha dovuto cedere sull’ipotesi di un rinvio delle assise nazionali a dopo le amministrative, che per lui era «un atto di responsabilità», visto che «al congresso non si suonerà musica da camera, ma sarà più hard». Insomma, stavolta, nonostante la campagna elettorale, «non ci saranno passi indietro o doveri patriottici». La battaglia sarà senza sconti. E Mussi ci arriva senza dubbio rafforzato dal passaggio di ieri. Anche se Fassino gli ha ricordato che «questa decisione, presa in nome dell’unità, dove ispirare tutti i comportamenti successivi». Sarà così? Di certo, il fantasma di una scissione prima del congresso ieri è svanito. I tempi del potenziale divorzio, comunque vada, si dilatano. E questo, in giorni assai turbolenti per i Ds, sembra già un successo. |