18/11/2002 ore: 10:19
"Commenti" «Democrazia sindacale:la legge è inutile» - di M.Tiraboschi
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venerdì 15 novembre 2002
RAPPRESENTANZA. .LE RAGIONI DI UN DISSENSO
DI MICHELE TIRABOSCHI
«Democrazia sindacale:la legge è inutile»
Caro Direttore,
leggo su il Riformista di giovedì 7 un
editoriale dedicato alla questione delle
regole sulla rappresentanza nel nostro
sistema di relazioni industriali.
Di questo editoriale non condivido non
solo l’analisi, ma anche la principale
conclusione, e cioè che gli accordi separati
e lo stato attuale dei rapporti tra le grandi
confederazioni sindacali impongano di
affidare alla legge il compito di misurare
con regole certe il grado di rappresentatività
del sindacato.
Come giurista sarei portato a sviluppare
alcune argomentazioni tecniche, per spiegare
le ragioni del mio dissenso. Ma non è questa
la sede. Da studioso delle relazioni industriali
vorrei invece ricordare che un riformista
come Marco Biagi – è cioè uno degli estensori
di quel Libro Bianco che, si legge nell’editoriale,
affrontò il tema con miopia – ci aveva
da tempo ammoniti, sulla scorta di una
meticolosa analisi della esperienza di altri
Paesi, che «richiamarsi al numero dei voti ottenuti
nelle elezioni per affermare la propria
rappresentatività, è una soluzione che ha
sempre dato risultati non convincenti (…) e
che non farebbe altro che esasperare le divisioni
già profonde fra le nostre organizzazioni
sindacali, destabilizzando ancor di più il sistema
di relazioni industriali nel suo complesso»
(M. Biagi, Votare sui contratti esaspera
le divisioni, Il Sole-24 Ore del 23 novembre
2001). Accordi separati producono
certamente profonde lacerazioni. La storia
del nostro Paese dimostra tuttavia che si sono
potute gestire e superare situazioni assai
più gravi e dirompenti, senza mettere mano
a una legge che, nel misurare la forza del sindacato,
lo espone inevitabilmente a possibili
ingerenze o forme di controllo da parte dello
Stato. Lo stesso articolo 39 – richiamato
spesso a sproposito, nell’attuale dibattito sulla
rappresentanza – non ha avuto attuazione
anche perché incentrato su un modello storico
di sindacalismo unitario messo in crisi nei
mesi immediatamente successivi alla entrata
in vigore della Costituzione. Eppure, nemmeno
dopo la rottura del fronte sindacale
unitario, con la costituzione prima della Cisl
e poi della Uil, il sindacato ha ritenuto di dover
appellarsi al legislatore per risolvere conflitti
di legittimazione interni alla dialettica
sindacale e che solo in essa possono trovare
adeguata soluzione. E’ stato lo stesso sindacato
che, con lungimiranza, ha visto nella non
attuazione dell’articolo 39 una opportunità
per rafforzare il proprio peso nella società.
L’opzione dell’astensionismo legislativo è
stata poi confermata dal legislatore, che si è
sino a oggi opportunamente limitato a recepire
gli esiti della libera dialettica sindacale,
senza privilegiare aprioristicamente un determinato
modello di mediazione e rappresentanza
degli interessi dei lavoratori. Ciò ha
consentito di valorizzare appieno il ruolo del
sindacato, lasciando che fossero i rapporti di
forza tra le parti - e non una determinazione
eteronoma dello Stato - a stabilire le linee di
sviluppo del sistema di relazioni industriali,
vuoi nella forma conflittuale, vuoi nella forma
collaborativa e partecipativa.
La questione di democrazia, sollevata a
mio avviso impropriamente nell’editoriale, è
tutta qui. E’ il fondamentale principio di libertà
di azione sindacale che rende non solo
superflua, ma anche dannosa, per una società
complessa come la nostra che aspira ad essere
aperta e pluralista, una legge di disciplina
eteronoma della rappresentanza sindacale.
Solo un sindacato debole o collaterale a un
partito politico di governo può sentire il bisogno
di meccanismi legislativi volti a sostenerlo
con l’estensione anche ai non iscritti
della efficacia dei contratti collettivi che stipula.
Non è certo un caso che un sindacato
capace di ottenere sul campo il riconoscimento
della controparte ha sempre visto con
giustificato orgoglio la non attuazione dell’articolo
39, laddove la richiesta di una legge
che ne certifichi la forza, oltre a legittimare
un possibile intervento del giudice nelle dinamiche
delle relazioni industriali, è una ammissione
della incapacità di conseguire i propri
obiettivi e di misurare, nel libero confronto
con le controparti, la propria rappresentatività.
E non sarà allora certo una legge dello
Stato a poter risolvere la disputa, propria della
attuale dialettica intersindacale, sul ruolo e
le funzioni del sindacato in una società democratica
e pluralista. Soprattutto nei momenti
di crisi e lacerazione del confronto politico-
sindacale, ciò di cui non si sente affatto
bisogno è la prospettiva di una società chiusa,
in cui qualcuno, magari con l’ausilio di
una misurazione formalistica della propria
rappresentatività, dia ad intendere di possedere
l’unica Verità. Chi davvero crede in un
progetto democratico e pluralista, ci insegnava
Karl Popper, non può invece che aderire a
una concezione aperta della società: una società
che vive e si alimenta anche di conflitti
e che nasce dalla libertà proprio perché in essa
nessuno può permettersi di assolutizzare,
tanto meno con l’intervento di una legge o
del giudice, le proprie visioni del mondo.