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"Commenti&Analisi" Sui contratti vincono i conservatori (P.Pirani)
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domenica 24 luglio 2005
L’INTERVENTO
Ma sui contratti vincono i conservatori
Paolo Pirani segretario confederale Uil
Si ha a volte l’impressione che nel dibattito sindacale italiano si sia tornati alla teoria del salario variabile indipendente dall’economia. Che altro è infatti, se non questo, l’affermazione puntigliosamente ripetuta che la riforma contrattuale non rappresenta una priorità e che tale sarebbe, invece, la progressiva e inarrestabile caduta della capacità di competere da parte del nostro sistema? Un’incapacità a cui si pensa di porre rimedio con un altrettanto progressivo e inarrestabile ricorso alla mobilitazione e agli scioperi. Questo atteggiamento nasconde l’assenza di una reale proposta e cela un riflesso alla conservazione che renderà nel tempo progressivamente marginale il sindacato.
Davvero si ritiene che la dinamica salariale non sia parte organica di una risposta alla crisi del Paese? Davvero esistono altre leve, diverse da quelle contrattuali e fiscali, per far crescere i salari reali? E perché ci si tira indietro? Non è forse vero che a una caduta della domanda interna, a una continua divaricazione fra i redditi ha corrisposto nell’ultimo decennio nelle imprese un rovesciamento nella percentuale di incidenza sul valore aggiunto prodotto tra retribuzioni e profitti? Ecco allora che occorre definire una politica salariale attiva con l’obiettivo della crescita della produzione, del reddito e dell’occupazione. Nella fase attuale si è consolidato un blocco sociale conservatore, che lambisce anche settori della Confindustria e della Cgil e che comprime le possibilità di ampliamento e innovazione del sistema sociale ed economico. Un blocco nella sostanza dirigista e corporativo teso a difendere lo status quo. La globalizzazione e i cambiamenti tecnologici mettono però in crisi la capacità di questo blocco di risolvere le proprie contraddizioni nella gestione degli assetti sociali, del rapporto tra innovazione e crescita economica, dell’internazionalizzazione dei mercati.
Per una vera politica riformista non si può guardare indietro, ma ci si deve adoperare per la rottura del blocco corporativo. Con un obiettivo: costruire una società aperta e concorrenziale dotata di mobilità sociale, basata sulla promozione e sul merito, capace di far prevalere i diritti e le libertà degli individui, costruita su criteri di solidarietà che tengano conto delle esigenze concrete delle persone e della loro ricollocazione nel tessuto economico e sociale.
Tutto un altro contesto da quello alla base dell’accordo del 23 luglio ’93. La vera novità di quell’accordo era nella politica salariale d’anticipo legata al tasso d’inflazione programmata e all’obiettivo dell’abbattimento dell’inflazione a due cifre. Avendo realizzato l’obiettivo, oggi quel meccanismo va archiviato tra gli esempi positivi della concertazione. E occorre dichiarare se si ritenga utile una politica salariale capace di ridistribuire, dopo averla generata, produttività e redditività e se questa scelta possa rappresentare un nuovo asse nelle politiche sindacali. Fuori da ciò, sia chiaro, vi è solo il ricorso ai rapporti di forza. Magari in attesa di qualche intervento legislativo che ripristini una scala mobile minima.
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