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domenica 28 marzo 2004 A BUON DIRITTO Promemoria per la sinistra
Parmatour, sette anni fa un’interrogazione... Luigi Manconi Fino a qualche settimana fa, il mio solo legame con Parmalat era rappresentato da una smodata passione per il succo Arance Rosse della Santal (costo: 2 euro), del gruppo in questione. Poi, le notizie sulla crisi finanziaria, economica e industriale di quell'impresa, i molti arresti, qualche persona cara che ha perso quindicimila euro in titoli rivelatisi cartastraccia, e quel che ne è seguito: e, così, anch'io ho appreso qualcosa su Parmalat. Ma c'era, sullo sfondo, una sensazione di già conosciuto e già visto, il segno di un'esperienza vissuta, una qualche traccia nella memoria, che mi segnalava un contatto, un rapporto, un collegamento. Ho impiegato tre settimane per focalizzarlo, quel collegamento, e un'altra per individuarlo e recuperarlo dall'archivio. E, ora, eccomi qui - finalmente pacificato, per un verso, ma ancora più inquieto, per un altro - a ricostruire una vicenda lontana nel tempo. Nel 1997, con Massimo Scalia e altri parlamentari, presentai un'interrogazione al ministro dei Trasporti e a quello del Tesoro e del Bilancio. Raccontavamo, in quell'interrogazione, che Calisto Tanzi, con l'avventura di Parmatour (allora chiamata Ecp), aveva aperto una vera e propria voragine finanziaria, quantificabile in 230miliardi di debiti insolvibili, supportati da fragili garanzie personali. E scrivevamo che Ferrovie dello Stato, invece di far viaggiare treni puntuali e accoglienti, non aveva resistito alla tentazione di diventare socio di Tanzi nell'attività turistica: e aveva "investito" 110miliardi per comprare il 50% dei suoi debiti con le banche. E ancora: raccontavamo di una finanziaria lussemburghese, chiamata Cit (ma non era la Cit, Compagnia Italiana Turismo), che aveva acquistato per 90 miliardi i marchi di Tanzi, che valevano, sì e no, 90 milioni. E, infine, che Tanzi e Ferrovie stavano per comprare per 20 miliardi un albergo in Basilicata, che si scoprì essere di proprietà dell'architetto Adolfo Salabè, essere gravato da accertamenti fiscali per altri 20 miliardi, ed essere stato corpo del reato nell'inchiesta sui fondi neri del Sisde. Per ultimo, scrivevamo che il "piano d'impresa" di questa geniale operazione era stato redatto da uno dei capi dell'oggi defunta Arthur Andersen, Carlo Artusi, già consigliere del ministro Giancarlo Pagliarini. Quando, qualche settimana fa, "Repubblica" ha pubblicato il sunto degli interrogatori di Calisto Tanzi, ho visto riportate in quelle parole, per filo e per segno, quanto avevamo scritto nell'interrogazione parlamentare di sette anni fa. All'epoca, va da sé, la cosa non ebbe alcun seguito. Forse la lesse solo qualche funzionario della Camera e del Senato. O forse no. L'unico risultato - e non è poco, per la verità - fu che Ferrovie uscì in punta di piedi (e senza disturbare alcuno) dall'alleanza con Tanzi; e che l'architetto Salabè rimase col suo albergo per spioni dal destino ormai compromesso. Due anni dopo, candidai alle elezioni europee - senza troppa fortuna - il dirigente di Ferrovie e di Ecp che, per primo e da solo, aveva denunciato l'imbroglio: e ne aveva ricevuto non apprezzamenti, ma una montagna di guai. Ricordo questa storia senza alcun compiacimento: perché se può dare soddisfazione l'aver fatto una cosa giusta, resta il rammarico di non averla gridata abbastanza. E perché risulta lampante, anche da questa vicenda, che tanti sapevano e altrettanti hanno taciuto. Sette anni fa. Quando i "bond assassini" non erano stati ancora emessi.
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