15/11/2004 ore: 11:07
"Commenti&Analisi" Le odiate vetrine del lavoro (P.Ichino)
Contenuti associati
lunedì 15 novembre 2004 Le odiate vetrine del lavoro Una discussione seria deve muovere dai dati di fatto su cui tutti si può concordare. Si può concordare, innanzitutto, sul punto che da decenni il fenomeno del lavoro precario, sotto-protetto o irregolare è assai più diffuso in Italia che negli altri Paesi dell'Europa centro-settentrionale (numerose ricerche economiche, dovute anche a economisti liberal , come quella dello statunitense David Autor in corso di pubblicazione sulla Rivista italiana di diritto del lavoro , individuano una correlazione diretta, di natura causale, tra il grado di stabilità del lavoro nell'area protetta e la diffusione del lavoro precario). Ma si deve concordare pure sul punto che l'istituzione delle agenzie di lavoro temporaneo, dovuta in Italia alla legge Treu del 1997, mentre da un lato non ha eroso l'area del lavoro stabile, dall'altro ha offerto ai disoccupati un trampolino efficace, prima inesistente, verso l'occupazione permanente. C’è un paradosso anche nella chiusura ermetica della nostra sinistra sindacale e politica verso il nuovo istituto dello staff leasing , largamente sperimentato dagli anni ’90 nei Paesi anglosassoni, ora introdotto anche in Germania dalla maggioranza socialdemocratica e in Italia con la legge Biagi dello scorso anno. L’idea è questa: in un mondo in cui la gestione delle risorse umane nell’impresa è sempre più complicata e a rischio di errori, una grande agenzia specializzata offre alle imprese - soprattutto a quelle piccole e medie, meno attrezzate su questo terreno - il personale di cui hanno bisogno nei settori non strategici rispetto all’attività dell’azienda, gestendolo a proprio rischio. L’agenzia offre loro inoltre (e qui sta l’aspetto più rilevante sul piano pratico) la possibilità di rinunciare, con un breve preavviso, al personale di cui non hanno più bisogno, anche se si tratta di personale assunto in pianta stabile: sarà l’agenzia stessa a ricollocare quel personale in altre aziende sue clienti, assumendosi il rischio di doverlo retribuire nei periodi di attesa. Così, il massimo di flessibilità per l’impresa viene coniugato con il massimo di protezione e sicurezza per il lavoratore: soprattutto per quello «periferico», che si colloca nei segmenti più a rischio del tessuto produttivo e al quale sono più frequentemente riservate le forme precarie e meno protette di occupazione. |