14/2/2003 ore: 11:45
«Ci vogliono più flessibili, per licenziarci»
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venerdì 14 febbraio 2003
economia e lavoro
Articolo 18
Verso il referendum
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«Ci vogliono più flessibili, per licenziarci»
A Bologna davanti alla Magneti Marelli, gli operai non hanno dubbi: teniamoci stretti i diritti
Gigi Marcucci
BOLOGNA «Noi lavoratori lo sperimentiamo tutti i giorni sulla nostra
pelle: più diritti ci sono, meglio è per tutti. Se il referendum
sull’articolo 18 si fa, io sicuramente voterò sì». Ci mette i “se” e anche
i “forse”, ma Gianni Alberghini, 32 anni di fabbrica alle spalle, dubbi
non ne ha. La crisi Fiat gli soffia sul collo da ottobre, quando la Magneti Marelli di Bologna, gioiello tecnologico del gruppo, annunciò 80 esuberi e cassa integrazione ordinaria per 250 lavoratori. La mobilità, spiegò
l’azienda, era da considerarsi su base volontaria, riservata solo ai più
anziani. In direzione però furono convocati anche lavoratori che alla
pensione proprio non ci pensavano.
Alberghini è uno di loro. Entrò in fabbrica quando ancora si chiamava
Weber Carburatori, l’ha vista trasformarsi in società per azioni e
a responsabilità limitata,ed era già lì quando la mitica Weber, fiore all’occhiello della meccanica bolognese, venne assorbita dalla galassia Fiat. «Adesso mi chiamano per mettermi in mobilità e vorrebbero la firma
anticipata, ma io non so nemmeno se, una volta uscito, prenderei
la pensione», spiega Alberghini: «In azienda mi dicono di sì, che la
pensione scatta automaticamente per chi è in mobilità. Al patronato,
mi hanno detto di no, che occorre una clausola specifica».
Mobilità, pensione, cassa integrazione guadagni. Alla ex Weber
se ne discute da mesi. «Con 11 settimane di cassa integrazione negli ultimi
due anni e 26 lavoratori che hanno lasciato volontariamente nell’ultima
parte del 2002, c’è bisogno di mobilità?», chiedono alla Fiom .
Nonostante lo strappo di un accordo separato, sottoscritto da Cisl e
Uil, la discussione prosegue quasi sotto traccia. Almeno fino a metà
marzo, di cassa integrazione non si parlerà più. La vertenza si svolge
sotto il riparo invisibile costituito dall’articolo 18, quello che impedisce
di licenziare un lavoratore senza giusta causa, spiegano alcuni operai
ai cancelli di via Timavo.
La storia recente della Magneti Marelli a Bologna ricorda un po’
l’ottovolante, con discese ardite e audaci risalite. Una crisi pesante
agli inizi degli anni 90, una cura dimagrante che vede i dipendenti
degli stabilimenti di Crevalcore e Bologna scendere sotto quotta
1000, poi risalire a 1400. Negli ultimi anni l’occupazione ricomincia a
scendere, -15%. Diminuiscono gli operai, aumentano impiegati e ingegneri.
Chi va in pensione non viene rimpiazzato. L’azienda è ufficialmente
in vendita, viene anche siglato un accordo per la costituzione di
una nuova società, che però non va in porto. Gli integrativi arrivano col
contagocce. Per l’ultimo ci sono volute trenta ore di sciopero, ma i salari
sono rimasti i più bassi del comparto a livello regionale.
Deanna Lambertini è una battagliera delegata sindacale, con una
scala di valori molto precisa: «Salute, lavoro e affetti familiari, tutto il
resto viene dopo», ha spiegato a l’Unità. «Ultimamente l’articolo 18
non è stato in cima ai nostri pensieri. Ci preoccupano molto la legge
delega sul lavoro e la finanziaria, che taglia su scuola e sanità», racconta,
«ma se questo referendum lo dobbiamo fare, allora bisogna vincerlo. L’articolo 18 deve restare fermo dov’è. Allo stesso tempo i diritti
vanno estesi a tutti i lavoratori. Con un referendum o con una legge, alla fine le due cose dovranno convergere».
Certo non è semplice, perché le leggi le fa la maggioranza e perché il referendum non ha convinto gran parte delle forze di centro sinistra. Chi dice che in caso di referendum bisogna vincerlo, non necessariamente ne condivide le ragioni. La consultazione, dopo la decisione della Corte Costituzionale, può anche essere una necessità, ma pochi la considerano una bandiera. «Mi è capitato di incontrare molti lavoratori di piccole aziende», spiega ancora Deanna Lambertini, «è chiaro che in quelle situazioni chi litiga col padrone non muore dalla voglia di rientrare in fabbrica. Bisogna comunque trovare un modo per estendere i diritti di cui godono i lavoratori delle grandi fabbriche. In particolare bisogna insistere sulla formazione professionale, per facilitare la ricerca di un nuovo posto di lavoro per chi l’ha perduto». Per Mimmo Lisi, un altro delegato
con la tessera della Fiom in tasca, «è normale che un diritto acquisito
per i lavoratori della grande industria rimanga dov’è. Ma le tutele vanno estese anche ai lavoratori atipici e a quelli delle piccole imprese».
Mimmo viene dal Sud, dove «chi trova un lavoro subisce qualsiasi
cosa pur di conservarlo e comunque è difficilissimo lavorare in
un’azienda dove non ti vogliono».
Insomma è dura parlare di tutele uguali in contesti molto diversi.
«Adesso, quando licenziano il dipendente di una piccola impresa, se
la cavano pagandogli da due a sei mensilità, a secondo dell’anzianità»,
dice Lisi, «in cambio del posto di lavoro ti danno il classico piatto
di lenticchie. Così licenziare è troppo facile, alle imprese non costa praticamente nulla. Una soluzione può essere raddoppiare o triplicare gli
indennizzi. Dare la possibilità al dipendente di avere un anno e mezzo
per cercarsi un altro lavoro».
(5 - fine. Le precedenti puntate
sono state pubblicate
il 30 gennaio, il 2-5-7 febbraio)
sono state pubblicate
il 30 gennaio, il 2-5-7 febbraio)