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5 Dicembre 2002
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VOCI DI DENTRO. TORINO RESPINGE IL DIKTAT E SI IRRIGIDISCE SULLA VERTENZA Un colpo a Ciampi e uno ad Agnelli Ecco il risiko che gioca il Cavaliere Il premier imprenditore vuol rompere l’arrocco di Mediobanca su Toro, vero gioiello Fiat
Se nulla cambia, oggi a palazzo Chigi le tre gambe del tavolo si spezzeranno: i sindacati da una parte, la Fiat dall'altra e il governo in mezzo alla tempesta. Il Lingotto ha deciso di tenere duro e andare fino in fondo. «Non c'è altra strada che applicare il nostro piano», insistono a Torino. Il management del gruppo e la Ifi che rappresenta la famiglia Agnelli, sono sulla stessa linea. «Lo abbiamo detto e ripetuto - aggiunge la stessa fonte - Abbiamo la volontà, le risorse e la strategia. La Fiat non è perduta, anzi. Non ci servono nuovi capitali, tanto meno dello Stato. Serve un clima favorevole, un ambiente non ostile». Tutto il contrario di quel che sta accadendo non solo nelle fabbriche e tra gli operai minacciati (come è comprensibile), ma anche a Roma, soprattutto nel Palazzo. Sono già pronte 5.600 lettere per la cassa integrazione a zero ore. Ogni eventuale flessibilità della Fiat è caduta dopo l'attacco aperto di Silvio Berlusconi. Le parole del presidente del Consiglio e ancor più il tono irridente, sprezzante, hanno avuto un effetto shock. Come mai si è arrivati a tanto? Un ego smisurato ha spinto Berlusconi ad annunciare la sua miracolistica ricetta (dalla Stilo-Ferrari a Luca di Montezemolo)? O c'è dell'altro? Alcuni hanno interpretato l'uscita di martedì come un seguito dell'incontro di Arcore. Ma quella domenica di ottobre, Berlusconi aveva una proposta da presentare: aiuto pubblico in cambio dei gioielli di famiglia. E' stato respinto da Paolo Fresco e Gabriele Galateri come dalle banche. Adesso, il governo non ha nulla di concreto in mano. L'intervento dello Stato è lo spettro che aleggia sulla trattativa e non si materializza mai. Berlusconi, tuttavia, vorrebbe trarre dalla crisi due vantaggi: uno politico e uno finanziario. Politicamente, potrebbe liberarsi dalla tutela di uno dei suoi "grandi elettori", casa Agnelli. Molti fanno osservare che nello stesso giorno Umberto Bossi se l'è presa con Carlo Azeglio Ciampi, cioè l'altro "tutore" che dovrebbe evitare il deragliamento del centro-destra. E' vero, Berlusconi si è allarmato e ha mandato Gianni Letta al Quirinale. Ma sembra che lunedì sera, nella periodica cena ad Arcore, il Senatur abbia detto chiaro e tondo che «il vero nemico è Ciampi» senza essere dissuaso. La partita finanziaria, invece, si gioca lungo l'asse Torino-Milano-Trieste. E si incrocia con la doppia battaglia sul futuro di Mediobanca e sul controllo delle Generali. L'operazione Sai-Fondiaria ha messo l'istituto di piazzetta Cuccia sulla graticola dell'Antitrust. Mediobanca non può avere nel suo paniere le uova del più grande gruppo di assicurazioni e del numero due. A questo punto, però, potrebbe scendere in campo Mediolanum (che Ennio Doris controlla insieme a Fininvest) per rilevare Toro, il vero gioiello ancora incastonato nella corona Fiat. Ciò, prima che si materializzino altri pretendenti (nei giorni scorsi si era parlato di Munich Re, ipotesi poi smentita in parte). L'obiettivo strategico di Mediobanca è creare attorno a sé una galassia di bancassurance, come la chiamano in Francia, abbastanza forte da resistere alle incursione dei giganti stranieri, tedeschi e francesi soprattutto. Una preoccupazione che sta a cuore anche ad Antonio Fazio. In fondo, è quel che Enrico Cuccia aveva fatto trent'anni fa con l'industria. Oggi il "core business" si è spostato sui servizi, a cominciare da quelli finanziari. Vincenzo Maranghi, così, avrebbe la possibilità di ridurre le sue partecipazioni incrociate, senza perdere il controllo di fatto perché resterebbe al centro del nuovo sistema planetario affidato a mani amiche. Un arrocco formidabile dal quale il Berlusconi capitalista vorrebbe ottenere un vantaggio notevole. Il progetto ha una difficoltà ulteriore perché Toro è azionista di Banca di Roma la quale è principale azionista di Mediobanca. Ma quest'altro incrocio potrebbe essere sciolto concedendo a Cesare Geronzi la presidenza di piazzetta Cuccia. Fantafinanza? «Prima salviamo la Fiat, poi si vedrà», tagliano corto a Torino. Quanto ai gioielli di famiglia, sono tutti impegnati per sostenere l'auto, sono la garanzia per le banche. La quota Hdp che fa gola perché porta con sé il Corriere della sera, vale circa 150 milioni di euro. Venderla significherebbe uno sconquasso nei precari equilibri dell'editoria senza alcun vero vantaggio economico. Gianni Agnelli, tornato da New York dopo il secondo ciclo di cure, ha convinto l'intera la famiglia a serrare i ranghi attorno al management. L'uscita di Berlusconi, così, potrebbe trasformarsi in un boomerang. Se messi con le spalle al muro, infatti, l'Avvocato e suo fratello Umberto potrebbero scegliere banche amiche accettando che i prestiti vengano trasformati in azioni Fiat, invece di smantellare l'impero.
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