16/3/2007 ore: 12:42
"Analisi" Lo schermo del dialogo pensando al dopo Prodi
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Pagina 14 - Politica pensando al dopo Prodi ma i partiti sono divisi Il gran parlare di modelli e sistemi, alimenta confusione e inconcludenza. E rende la materia ancora più astrusa e lontana dall'interesse dell'opinione pubblica di quanto già non sia di per sé. Ma soprattutto, la discussione sulla riforma elettorale è sovrastata e segnata da altre scadenze, che danno per scontato il suo fallimento. Il timore riguarda la fine anticipata e traumatica della legislatura; e il referendum che si dovrebbe celebrare nel 2008 in assenza di un accordo. C'è chi lo teme, e chi sotto sotto se lo augura: da entrambe le parti. Nell'Unione il vicepremier Francesco Rutelli e la sinistra ds chiedono che «i ministri dell'Unione» escano dal comitato referendario. Ma l'indiziato principale, Arturo Parisi, titolare della Difesa, risponde che non ci pensa nemmeno. E il leader di An Gianfranco Fini gli dà man forte, sostenendo che se non si riescono a fare «ritocchi», il referendum «non è una sciagura». Non basta. L'Udc va da Prodi, e avverte che si opporrà al referendum, d'accordo «con i comunisti». È uno scenario che, analizzato per singoli pezzi, può provocare un forte giramento di testa. Non è verosimile, infatti, che il premier riesca a soddisfare tifosi del sistema maggioritario, del modello tedesco, del referendum e delle riforme costituzionali. In realtà, ognuno finge di essere pago delle assicurazioni prodiane, e prende tempo: proprio come il capo del governo, che attraverso gli incontri di questi giorni punta ad evitare una seconda crisi. Palazzo Chigi si lascia aperte tutte le opzioni. E i partiti inseguono le proprie, cercando di ipotecare il finale. Ma è una corsa in ordine sparso. Le riforme tendono a scomporre gli schieramenti, allargando le crepe già spuntate dopo la caduta del governo. L'obiettivo minimo sembra quello di far partire la trattativa, senza indicare né conoscere la soluzione; anzi, non escludendo che alla fine non se ne trovi nessuna e si scivoli verso il referendum. L'unica cosa chiara è che un gruppo di partiti, che va dall'Udc all'Udeur, alla Lega, al Prc e al Pdci, vuole mettere in mora il maggioritario. Ed è pronto a fare le barricate in Parlamento per scongiurare soluzioni che minaccerebbero la sopravvivenza delle forze minori. Di fronte, sono schierati prodiani, vertici dei Ds, FI ed An. Apparentemente, sono decisi a spingere per semplificare i rapporti di forza; per rafforzare il bipolarismo e fermare qualsiasi rigurgito neocentrista. Soprattutto l'Unione ritiene che sia una strada obbligata anche per puntellare il percorso a tappe verso il Partito democratico. Ma nei fatti, le strategie di chi vuole rendere irreversibile il sistema maggioritario, divergono su tempi e obiettivi. Silvio Berlusconi e Fini sembrano d'accordo nel ritenere che Prodi stia «perdendo tempo». Il leader di An ironizza sulle settimane che il premier impiegherà per consultare una manciata di partiti. Il sospetto è che il presidente del Consiglio usi la riforma elettorale come proprio salva-vita; e con la segreta speranza di riuscire a dividere il centrodestra: magari cercando di irretire la Lega con il miraggio del federalismo. Per questo, in attesa di essere ricevuta a palazzo Chigi, FI chiede un'intesa rapida, con modifiche minime al sistema attuale. E sembra tentata dal gioco delle elezioni anticipate: seppure per il prossimo anno. Se invece bisogna impostare le riforme istituzionali alle quali allude Napolitano, allora certamente serve tempo; ma anche «un altro governo», avverte il berlusconiano Sandro Bondi: un esecutivo che garantisca tutti. Insomma, si dovrebbero archiviare Prodi e uno scenario caotico che nessuno, oggi, appare in grado di ricomporre. Per questo, l'ambizione di un'intesa fra governo e opposizione è ridotta a pura velleità. |