3/1/2007 ore: 12:16
"Analisi" Il ministro prepara le barricate (S.Rizzo)
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Pagina 7 - Primo Piano IL RETROSCENA niente sconti, il 2007 è un altro film LE TASSE Il Tesoro non ha fretta sul taglio delle aliquote LE RICHIESTE C'è chi vuole abolire del tutto lo scalone «Il problema dell'Italia è la crescita», ha sempre sostenuto il ministro dell'Economia, aggiungendo che «la crescita si misura sugli anni, e non sui trimestri». Perciò in Italia non si potrà parlare di crescita stabile e duratura se il tasso di sviluppo non si manterrà ben più sostenuto di quello attuale per l'intera legislatura. Soltanto a quel punto «il paziente», che per ora Padoa- Schioppa, come ha detto in Parlamento, «considera appena uscito dalla terapia intensiva», potrà considerarsi guarito. E questo è quanto. Ma la guarigione completa, secondo il ministro, non potrà che essere anche il risultato di una cura dolorosa. «Perché la crescita sia duratura», continua a dire ai suoi colleghi, «la spesa pubblica dev'essere messa sotto controllo». Ed è per questo motivo che il suo primo messaggio del nuovo anno ha gelato gli entusiasmi di chi aveva già fatto molti piani sul boom delle entrate fiscali. Per esempio quanti, nella sinistra radicale, pensano che il maggior gettito possa compensare il costo dell'abolizione tout court dello scalone previdenziale. O quanti, come il ministro del Lavoro Cesare Damiano, credono che i denari in più possano essere magari impiegati per ammorbidire il sindacato nella trattativa su pensioni o ammortizzatori sociali. Oppure chi, per esempio fra i Verdi, già progetta investimenti nel campo ambientale. Padoa-Schioppa sa di avere la fila di questuanti fuori della porta. Lo sa da prima della Finanziaria, ed è per questo che ha sempre cercato di spegnere i facili entusiasmi. Per questo la stima delle entrate fiscali è stata fin dall'inizio molto prudente, ed è aumentata molto gradualmente. Li conosce, i questuanti, uno per uno, per averli già affrontati, senza essere purtroppo riuscito a respingerli tutte le volte che avrebbe voluto, in occasione della sua prima Finanziaria. Ma se proprio mentre si sta aprendo quella che il premier Romano Prodi non vuole chiamare «la fase due» del governo, cioè quella delle riforme e dello sviluppo, il ministro autorizzasse ogni loro minima speranza, potrebbe essere il principio di una valanga. Così lo rincuorano ogni volta parole come quelle pronunciate ancora prima della Finanziaria da Jean Claude Juncker, il presidente dell'eurogruppo: «L'Italia deve portare avanti il percorso di consolidamento dei suoi conti pubblici e deve fare un buon uso delle maggiori entrate fiscali realizzate». Perché se crollasse la barriera che il ministro ha eretto e che a Francoforte e Bruxelles lo aiutano un po' a tenere su, il processo di risanamento andrebbe incontro a un pericoloso rilassamento e «il film» del 2007 si trasformerebbe in un incubo. Perché sarebbe sufficiente uno sforamento di 0,3 punti nel rapporto fra deficit e Pil previsto per la fine di quest'anno al 2,8%, per sfondare di nuovo i parametri di Maastricht ed essere precipitati nel girone dei cattivi e inaffidabili. E non si fa nemmeno troppa fatica a ricordare che 0,3 punti di Pil sono circa 4 miliardi di euro. Ossia, un'inezia. Per di più, con un debito pubblico stratosferico e senza la certezza che non ci saranno altri imprevisti come quelli di quest'anno. La memoria va alla sentenza della Corte di giustizia sull'Iva per le auto aziendali, che ha avuto un impatto sui conti pubblici di circa un punto di Pil. O alla necessità di accollarsi il debito delle Ferrovie dello Stato per l'alta velocità, che ha pesato per altri 0,9 punti. E se non ci fossero state tutte quelle entrate «impreviste»... |