Morte di Pietro Zantonini, una storia di lavoro povero, precario e di diritti negati
È la logica del profitto ad ogni costo, e il costo a volte è quello di una vita
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Ci sono morti sul lavoro che sono la tragica conseguenza della morte dei diritti di lavoratrici e lavoratori. È la precarietà che fa da sfondo alla drammatica vicenda di Pietro Zantonini, addetto alla sicurezza che a 55 anni era ancora in balia di contratti a termine, ancora costretto a rinegoziare di volta in volta il lavoro, la sussistenza della sua famiglia. L’ultimo, quello che gli è stato fatale, sarebbe scaduto alla fine di questo mese: Zantonini si era spostato in Veneto lo scorso settembre seguendo la possibilità di lavorare, si era trasferito dalla Puglia a nord per un contratto a termine.
Alla precarietà si sommano poi le condizioni in cui il lavoro viene svolto, all’insegna del mancato rispetto delle più elementari norme per la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro.
Il posto di lavoro del vigilante era il palazzo del ghiaccio del complesso in allestimento per ospitare i Giochi olimpici invernali: quando il termometro ha iniziato a scendere sotto lo zero, fino ai -16 gradi di questi giorni, lui ha continuato a trascorrere le notti in un gabbiotto e a compiere i giri di sorveglianza previsti dal contratto, all’addiaccio.
Si era lamentato delle difficoltà che affrontava ormai ogni notte, Zantonini, e ha chiesto aiuto ai colleghi nell’ultima di queste notti, quella dalla quale non è uscito vivo.
Difficile non ripensare alla recente manovra finanziaria licenziata dal governo, un gioco di specchi di concessioni irrisorie, provvedimenti che non hanno neanche considerato l’ormai ingombrante mostruosità del lavoro povero, che campeggia nel nostro Paese e tiene in ostaggio le vite di milioni di persone.
Il lavoro povero era quello di Zantonini e di tutte le altre lavoratrici e lavoratori precari, costretti alla giostra degli appalti, che gira per lo più per togliere, di quanti sono vittime di ridimensionamenti e tagli e si trovano a dover rinunciare al lavoro di sempre a un passo dalla pensione, di tutti i giovani che non riescono a fare un ingresso dignitoso nel mondo del lavoro, per i quali ottenere un posto fisso è come vincere la lotteria della vita.
È in questo mondo, in questa società, in questa Italia, come si presenta oggi, che si continua a morire sul lavoro, a sacrificare al profitto la vita delle persone.
“Non è concepibile che nel 2026, in un Paese civile, una persona debba morire di freddo sul posto di lavoro - ha commentato Fabrizio Russo, segretario generale Filcams Cgil - la logica del profitto ad ogni costo ha ridotto i rapporti di lavoro alla più completa disumanità: licenziamenti indiscriminati, nessun interesse per le condizioni di lavoro e nessuna tutela della salute e della sicurezza di lavoratrici e lavoratori. Chiediamo giustizia per Pietro, esigiamo che quanto è successo a lui non debba più accadere”.