10/7/2026 ore: 15:20

Vertenze, chiusure e crisi: il terziario sta pagando il prezzo più alto di una crisi sistemica. Fabrizio Russo: "Politica assente, tutelare le lavoratrici e i lavoratori più fragili"

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Le migliaia di lavoratrici e lavoratori del terziario stanno pagando il prezzo più alto della latitanza della politica, da anni incapace di elaborare piani di sviluppo e interventi a tutela di chi lavora, a partire dai più fragili.
Lo dimostrano le centinaia di crisi aperte su tutto il territorio nazionale: dalle vertenze che coinvolgono i grandi marchi fino alle realtà più frammentate e meno tutelate, fatte di piccole attività, servizi esternalizzati, lavoro di cura e appalti al massima ribasso.

I settori che la Filcams rappresenta - diventati laboratori di flessibilizzazione selvaggia, di stagnazione salariale, part-time involontario - non possono che vivere una crisi amplificata rispetto a quella già in atto in tanti altri comparti. Una crisi peggiorata dalla scarsità di ammortizzatori sociali e dalla sostanziale invisibilità agli occhi dei decisori pubblici. Non sorprende, infatti, che ormai la dimensione del lavoro povero nei settori della Filcams abbia assunto dimensioni enormi quanto drammatiche: nel terziario, nel turismo e nei servizi quasi di un lavoratore su due percepisce una retribuzione inferiore a 15mila euro l'anno. Al Sud l'incidenza del lavoro povero supera addirittura il 60%.

“Quando un paese smette di scegliere cosa produrre, non pianifica dove investire e quali filiere difendere, le ripercussioni più pesanti sono quelle sui settori più fragili, che inevitabilmente, diventano ancora più poveri”, dichiara Fabrizio Russo, Segretario Generale della Filcams CGIL. Basti pensare all’indotto dei servizi terziarizzati delle grandi industrie in crisi: da Stellantis a Electrolux, fino a Eni e a tutto il settore petrolchimico, centinaia e centinaia di lavoratrici e lavoratori degli appalti, dalle mense ai servizi di pulizia industriale ai servizi di vigilanza degli impianti, sono i primi a essere licenziati, poiché spesso privi delle tutele previste per il comparto industriale.

Vi è poi il settore del commercio, anch’esso coinvolto dalla spirale depressiva della crisi della manifattura, soprattutto nel settore tessile e moda, e sicuramente penalizzato in generale dalla contrazione dei consumi. Un'insegna storica come Coin, nonostante un piano di rilancio avviato nel 2025, che già prevedeva la chiusura di 8 grandi magazzini, ha ormai disposto la chiusura di altri due punti vendita, a Milano e a Roma, e annunciato procedure di crisi. Immediata la proclamazione di uno sciopero nazionale che ha visto il 18 giugno scorso una grande adesione, essenziale per ottenere i primi risultati e la salvaguardia dell’occupazione al tavolo di confronto presso il Mimit.

Più complessa la situazione di Giochi Preziosi, leader nella distribuzione del giocattolo, dove il ridimensionamento del perimetro aziendale sta mettendo in crisi la rete commerciale insieme al destino di centinaia di lavoratrici e lavoratori impiegati nei punti vendita. Va incluso poi lo stillicidio di insegne più o meno grandi, spesso legate al retail del sistema moda, sia esso nel comparto del lusso o del fast fashion, ma anche in altri settori merceologici. Da Prenatal a Original Marines fino a Roberto Cavalli.

Una chiusura per volta, una crisi per volta, e si sommano alla fine migliaia di posti di lavoro persi, di famiglie in crisi, di lavoratrici che vedono diminuire le possibilità di impiego, soprattutto in certe aree del paese, tenuto conto che la segregazione occupazionale delle donne in Italia è ancora rilevante. “È doloroso oltre che inaccettabile, arrendersi all'idea che le persone vengano dopo i profitti", prosegue Russo. “Il terziario non è più il settore che assorbe lavoratrici e lavoratori espulsi dai settori manifatturieri e industriali, come è accaduto per molti anni in passato. La crisi è sistemica, coinvolge un perimetro ben più ampio del solo ambito industriale. La contrattazione è il primo argine ma da sola non basta: serve pianificazione di prospettiva, serve un’idea di futuro per il lavoro nel paese”.