Compagne e compagni, 

prima di affrontare i nostri temi di incontro, sento oggi il dovere morale, e credo lo sentiamo tutti, di tornare insieme sulle rotaie, nella stazione, tra la cittadinanza di Brandizzo, dove una ennesima, orribile ed evitabile – lo ripeto: orribile ed evitabile – strage sul lavoro ha avuto luogo pochi giorni fa. 

Tutte e tutti ricordiamo le immagini della stazione vuota, la porta dell’obitorio chiuso e l’accesso vietato perfino ai familiari più stretti per evitare lo strazio dello scempio di corpi, lo sgomento che corre sulle televisioni e sui social, le tante esternazioni, le tante ricostruzioni a caldo e a freddo, il pellegrinaggio dei cittadini.

Tutte e tutti ricordiamo la sagoma curva del presidente Mattarella che non ha voluto esimersi dal deporre un mazzo di fiori davanti alla stazione di Brandizzo, e soffermarsi in un cupo silenzio.

Il presidente, lo segnalo non tanto per diritto di cronaca ma per sacrosanto nostro diritto allo sdegno, ha fatto di istinto e con senso del dovere quello che non abbiamo visto fare a nessuno dei dirigenti delle società coinvolte – con quali livelli di responsabilità lo vedremo un giorno, che speriamo non lontano.

Tutte, tutti ricordiamo, ancora, le ferme dichiarazioni di chi ha testimoniato, di chi dopo quella notte ha detto più volte che la squadra non poteva e non doveva trovarsi lì, sul luogo dello schianto.

E anche, terribile ma vero, il video giocoso, scherzoso di uno dei lavoratori, che è stato diffuso sui social. Un giovane uomo di 22 anni che, pur essendo consapevole delle condizioni di sicurezza non adeguate del cantiere, fa comunque il suo lavoro, sorride e si avvia inconsapevole alla morte.

Ma le immagini più terribili sono quelle che non abbiamo, visto, e che nessuno mai potrà mostrarci. 

Il silenzio che cala nelle case, la sera dopo, quando ci si rende conto che Kevin, Michael, Giuseppe, e ancora Giuseppe, e ancora Giuseppe non ci sono più, non torneranno mai più.

E il dolore infinito di genitori che devono per l’ennesima volta sopravvivere ai propri figli, che è fra tutte la condanna peggiore che si possa infliggere a un essere umano.

E le vedove che adesso dovranno crescere gli ennesimi orfani del lavoro, a scuola, all’università, per tutta la vita.

Questo è concretamente, compagne e compagni, una morte sul lavoro: un dolore lacerante, immenso, inguaribile, una voragine in cui perfino le nostre parole sprofondano e perdono di senso.

E qui finisce, appunto, il nostro sgomento, in un rispettoso silenzio. 

Ma qui comincia anche il nostro dovere di parlare, di denunciare, di gridare che questo è già successo, che succede ogni giorno, e dopo Brandizzo il bollettino di morte si è ancora allungato nell’industria, nei servizi, negli appalti, nei lavori tipici e in quelli atipici.

Ogni giorno in Italia almeno tre persone escono di casa per andare a lavorare, salutano, baciano figli, genitori, mogli, mariti, compagne, compagni, si avviano e non sanno che quella è l’ultima volta prima del buio, della fine. Che quel “ciao” si è già tramutato in un assurdo “addio”.

Queste persone, lavoratrici e lavoratori senza volto perfino per le cronache del giorno, oggi verranno uccisi dai miasmi di una cisterna, cadranno da un ponteggio, rimarranno schiacciati o tagliati da un macchinario, finiranno sotto un treno o fulminati da un impianto difettoso. E con loro decine di feriti.

Ecco, ho voluto dire queste cose perché quando mettiamo nelle nostre convocazioni, nelle comunicazioni di assemblea e nelle parole della nostra mobilitazione la locuzione “umanità del lavoro” stiamo parlando di uno scandalo infinito. Di una mancanza, appunto di “umanità del lavoro”. 

Abbiamo detto negli incontri delle settimane passate che il tema del lavoro, i contratti, la dignità di milioni di persone sono la questione centrale della nostra democrazia. Aggiungiamo che il diritto ad un lavoro sicuro deve essere il centro del nostro progetto di rappresentanza.

E diciamo che l’irresponsabilità di chi dal lato datoriale non si presenta a chiudere le negoziazioni, a sottoscrivere contratti, di chi sfrutta impunemente i lavoratori è strettamente imparentata con la disumanità di chi manda quei lavoratori a morire o a subire incidenti.

Non si tratta di fatalità, lo sappiamo: la frequenza incredibile di questi accadimenti ci dice che è giunto il momento non di chiedere, ma di pretendere, non di trattare, ma di rivendicare, non di parlare, ma di ottenere.

Ecco perché, dopo la consapevolezza, entra in gioco la forza, la capacità di presidio e di spinta, la mobilitazione a cui stiamo chiamando tutte e tutti.

In questi giorni stiamo perfezionando alcuni passaggi, procedendo lungo il cammino che abbiamo cominciato a tracciare ormai diversi mesi fa, dal nostro congresso di febbraio.

Siamo passati di iniziativa in iniziativa – The New Order alla Leopolda di Firenze, l’assemblea unitaria intersettoriale di Bologna, la riunione dei segretari generali di Torino, l’assemblea nazionale Cgil delle delegate e dei delegati di Bologna, la nostra assemblea generale di oggi e di domani – per approdare ad un ulteriore traguardo, la manifestazione della Cgil del prossimo 7 ottobre a Roma.

Abbiamo programmato, programmeremo ancora, nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, attivi, coordinamenti delle rappresentanze sindacali, riunioni delle delegazioni dei diversi settori e comparti, a partire dal settore della Vigilanza privata e dei Servizi di sicurezza il 28 settembre, per dare ancora maggiore linfa a questa fase di partecipazione, di condivisione, di coinvolgimento rivolta in primo luogo alle delegate e ai delegati.

Ma questo, diversamente non avrebbe potuto essere, è stato, è, ancora sarà nei prossimi giorni il mese delle assemblee con l’obiettivo di validare, nel rapporto con le lavoratrici e i lavoratori dei nostri settori, le priorità a fondamento delle nostre piattaforme, della nostra piattaforma “La Via Maestra” e di organizzare al meglio la nostra presenza alla manifestazione di piazza San Giovanni.

Da questo punto di vista, il dato che ci riguarda, che riguarda la Filcams, testimonia, ancora una volta, scontatamente, una presenza forte, importante, convinta della categoria a sostegno dell’iniziativa confederale; le più di 2000 assemblee ad oggi programmate sono l’ennesima conferma, ce ne fosse necessità, e ribadiscono la coerenza, la serietà, il senso di responsabilità con i quali stiamo affrontando anche questo passaggio.

Siamo senz’altro nell’ambito dell’assunzione di un impegno senza precedenti, e il “senza precedenti” non rappresenta certo un’allocuzione fuori luogo considerate le circostanze. La Filcams si ritrova, si ritroverà a dover gestire due piani di mobilitazione distinti ma al contempo, per molti versi, correlati tra di loro.

E quindi, la prosecuzione della mobilitazione della Cgil e delle tante associazioni che hanno condiviso le nostre priorità, le nostre proposte, le nostre rivendicazioni, la nostra preoccupazione rispetto alla tenuta democratica, sociale, civile del paese, la necessità che abbiamo manifestato di difendere i valori e i principi su cui si fonda la nostra Carta Costituzionale e l’avvio della mobilitazione di categoria, con i due grandi temi all’ordine del giorno, il rinnovo dei contratti nazionali di lavoro, il primo e la sostenibilità, la dignità, l’umanità delle condizioni di lavoro, il secondo. Due piani di mobilitazione, entrambi, essenziali, decisivi, determinanti.

Temi generali e temi più nostri, di categoria, dicevo: ma crediamo ancora che ci sia una grande distanza e distinzione tra questi temi, tra le ragioni di lotta delle diverse categorie?

No, non c’è, diciamolo con convinzione e fermezza.

Tutte e tutti sappiamo che un nostro contratto nazionale, lavoro domestico, turismo o ristorazione che sia, ha caratteristiche e applicazioni diverse da un contratto di manifattura industriale, di sanità, di logistica, di scuola. Ma il senso di dignità, di giustizia, di inclusione sociale, di civiltà che ci porta a batterci, a scendere in piazza è lo stesso.

E d’altro canto, proprio nelle categorie più “tipiche” del lavoro che un tempo si ritenevano le più garantite e tutelate, abbiamo assistito a due decenni di selvaggia deregolazione, di esternalizzazione, di precariato per cui si è creata una medesima cultura, o meglio una incultura e un’inciviltà imprenditoriale che considera il lavoratore di ogni categoria non come il centro, ma come un accessorio, un costo, un accidente necessario di cui ci si può servire o disfare al bisogno.

In fin dei conti, un precario della scuola e uno degli studi professionali, della vigilanza o della ristorazione non sono così diversi. Un infermiere che si trova esternalizzato in cooperativa e sottoposto a turni straordinari e massacranti non è lontano da chi in esternalità e marginalità ci passa ogni stagione turistica sulle spiagge o nei ristoranti, lavorando 12 ore di seguito. Un operaio che entra ed esce da ammortizzatori sociali e sussidi senza che nessuno si preoccupi di aiutarlo, formarlo con nuove competenze, accompagnarlo nel cambiamento, alla fine non è meno spaesato di uno stagista a cui – sotto la formula accattivante di “training on the job”, viene proposto un apprendistato sul lavoro che in realtà è pura contingenza e sfruttamento di breve periodo.

Tutte queste persone, questi esseri umani che vivono così, trattati come numeri o come cose, sono il sintomo ormai conclamato che questo paese ha smarrito la sua via maestra e il suo progetto, che ha smesso di leggere la Costituzione, che ha accettato di chiamare lavoro quella che è prestazione coercitiva e servile, senza volto, senza dignità, senza umanità appunto.

Abbiamo consapevolezza che questo sta succedendo in tutte le società cosiddette avanzate e questo non solo rafforza la nostra convinzione e ci convince alla lotta, ma ci fa essere certi che un nuovo moto globale delle coscienze si sta formando, e fa tutt’uno con le lotte per l’ambiente, per l’inclusione, per la sostenibilità che portano in piazza milioni di persone, giovani, studenti, lavoratrici e lavoratori, ovunque.

E si collega, il tema di questa umanità offesa e sfruttata, con le grandi aree di povertà e di sottosviluppo del pianeta, che qualcuno già considera come potenziali serbatoi di risorse a basso costo, plasmabili a piacere perché disperate, affamate, in fuga da carestie e guerre.

Questi temi sono temi di tutti, chiamarli temi “di categoria” introdurrebbe delle distinzioni, o meglio dei distinguo arbitrari e politicamente infungibili.

La consapevolezza di questa fase storica, che è non solo italiana ma globale non diluisce, non annacqua dunque i nostri contenuti di categoria. Anzi li anima di forza, di idee, di consapevolezza. 

Nelle nostre iniziative e nelle nostre assemblee dell’ultimo semestre con la gradualità del caso, che rappresenta un aspetto nodale per come e per quel che siamo, abbiamo definito e condiviso le tappe del nostro percorso di mobilitazione ma è indiscutibile che ora si sia nella fase cruciale.

Si stanno tenendo gli incontri che erano stati programmati per il mese di settembre, altri se ne terranno nei prossimi giorni.

Non siamo senz’altro nell’ambito delle riunioni risolutive, anzi, esattamente come avevamo preventivato - non che in realtà con le nostre controparti si debbano avere chissà quali virtù divinatorie - l’approccio datoriale è sostanzialmente volto ad una ulteriore dilazione dei tempi, come se i 3, 4, 5 anni trascorsi non siano sufficienti.

Non solo. Nel merito si è ormai consolidata una posizione da parte delle associazioni datoriali, tutte, nessuna esclusa: se si è intenzionati a rinnovarli i contratti nazionali, non c’è recupero dell’inflazione o Ipca che tenga, perché secondo “loro”, per i nostri settori, a differenza di qualsiasi altro settore economico produttivo del paese, quelli che per tutti gli altri sono scontatamente indici di riferimento per noi, inspiegabilmente, non lo possono essere.

E però, senza fare nomi e cognomi, Confcommercio insegna: a fronte di un tenue, molto tenue, avvicinamento a cifre, incrementi che anche soltanto nominalmente possano essere ricondotti ad un recupero dell’inflazione o all’Ipca, ecco dietro l’angolo, alla faccia dell’innovazione dietro cui riparano, la riproposizione di una modalità, di un approccio negoziale di qualche decennio fa, un “classico” datoriale verrebbe da dire, “lo scambio diritti per salario”, parte normativa per parte retributiva, mettendo in discussione ancora una volta, impunemente, diritti, tutele, norme ed istituti di civiltà conquistati in decenni di lotte e di contrattazioni, e quindi, indebolendo di fatto, valore e ruolo del Contratto Nazionale di Lavoro.

E continuando a non fare nomi e cognomi, è senz’altro la Distribuzione Cooperativa quella più all’avanguardia da questo punto di vista, per cui, secondo i cooperatori, la definizione degli indici di riferimento, rispetto alla quantificazione degli aumenti, si dovrebbe attestare sul criterio di una presunta “sostenibilità” così come unilateralmente tradotta dalle associazioni datoriali e dalle imprese. 

Qui, se possibile, siamo ancora oltre la semplice, e comunque già insostenibile, indisponibilità al recupero dell’inflazione o al riferimento all’Ipca.

Siamo nell’ambito di una presa di posizione netta circa il principio che stia esclusivamente in capo alle controparti come debba essere rinegoziata, in che termini, sulla base di quali parametri e valutazioni, la parte salariale del contratto nazionale! (Che dire, a confronto, quasi delle “crocerossine” le aziende di Federdistribuzione che si limiterebbero ad una rivalutazione dell’Ipca sulla base dei dati Istat diffusi a luglio.)

E allora, fatti, con estrema approssimazione, due conti, siamo nel terziario, mediamente, poco al di sopra della metà di quanto previsto dall’Ipca, con alcune distinzioni, diversificazioni, differenziazioni a vario titolo tra i quattro negoziati aperti.

La contesa riguarda tra l’altro la considerazione o meno del 2022, o meglio dell’Ipca del 2022, in termini di incremento dei minimi retributivi, quel 6,6% che avrebbe un’incidenza inaccettabile a detta delle associazioni datoriali, tutte nessuna esclusa, sedute ai tavoli dei rinnovi. 

Sta in questi pochi ma sostanziali punti la traiettoria che ci sta portando dritti alla mobilitazione, con una questione però su tutte che attiene al consolidamento ma soprattutto alla sfida, alla contrapposizione, allo scontro tra due modelli contrattuali, pur congiunturali, pur contestuali alla fase, finalizzati, ciascuno per parte propria, ad un tentativo di chiusura di quella che è ormai a tutti gli effetti "la vertenza dei quindici contratti”.

In un probabile eccesso di semplificazione, da una parte, loro, con lo schema: no Ipca, scambio, “sostenibilità per le aziende”, ulteriore dilazione dei tempi; dall’altra, noi, con lo schema: Ipca, no allo scambio, “umanità del lavoro”, entro il 2023.

Semplificazione o meno, è, ad ogni modo, questa l’essenza della contrapposizione.

È di tutta evidenza la distanza in termini di impostazione, di merito, di forma e di tempi e rischia di essere una velleità, almeno in questa fase della negoziazione, la ricerca strenua, ostinata, quasi accanita, di una sorta di lodo che provi a fare sintesi tra questi due modelli che in realtà celano due visioni, due orizzonti, due prospettive che risultano essere nei fatti inconciliabili.

È questo che ci sta portando alla rottura delle trattative e quindi alla mobilitazione! 

Però, la discussione rispetto a come risolverla “la vertenza dei quindici contratti” noi crediamo che la si debba affrontare! Fosse anche in termini anticipatori in relazione al dopo, al dopo mobilitazione, al dopo iniziative ulteriori, al dopo eventuale proclamazione di uno o più scioperi. 

Quale è il punto di caduta sostenibile per la Filcams? Quale la mediazione plausibile per quanto ci riguarda? Lo pongo come interrogativo rispetto al quale una qualche risposta credo che la Filcams debba essere nelle condizioni di fornirla – nel nostro sistema, nei nostri sistemi ci si può limitare alla dichiarazione, indiscutibilmente convincente, che sia imprescindibile il pieno recupero dell’inflazione, anzi che ci si debba spingere oltre?

Quali sono le nostre valutazioni rispetto ad una impostazione che pone queste condizioni quali presupposti categorici, imperativi, invalicabili, senza la ricorrenza dei quali è impensabile si possano rinnovare i contratti?

È una disamina certo complessa già al nostro interno, a partire dal perimetro di categoria, nel rapporto con le delegate e i delegati, con le lavoratrici e i lavoratori, in relazione alla discussione che stiamo affrontando in tema di contrattazione con le altre categorie con il raccordo della Confederazione, ma anche nel rapporto con Fisascat e Uiltucs.

Diversi ambiti, tutti, nessuno escluso, che abbiamo la responsabilità di tenere in considerazione e di portare a sintesi nella definizione di una nostra valutazione, di una nostra proposta, di una nostra posizione. 

Però, giusto per intenderci, è un confronto, complessivo, il cui esito non può portarci a non rinnovare i contratti nazionali o peggio, ad una firma separata, o peggio ancora, a consentire che qualcuno copra quello spazio contrattuale al posto nostro, che è quello che sarebbe accaduto ad esempio, a condizioni deteriori, se non avessimo siglato il rinnovo del contratto della Vigilanza e dei Servizi di sicurezza.

Come del resto la Filcams non si può permettere, in alcun modo, di favorire una ulteriore dilazione dei tempi né di agevolare una situazione di stallo, non prefigurando alcun possibile approdo o prefigurandone uno irraggiungibile.

Questo non farebbe altro che indebolire ulteriormente la nostra rappresentanza ed in primo luogo il ruolo di chi la rappresentanza la esercita in prima linea, le nostre delegate e i nostri delegati.

Credo infine ci sia, sul versante contrattuale, un’ultima questione da prendere in esame.

La formulazione che abbiamo utilizzato, a più riprese, ossia “la vertenza dei quindici contratti”, ha un senso ben preciso ed evidenzia, tra l’altro, il rischio che per come si affronta un negoziato ci siano conseguenze, implicazioni, effetti, inevitabili, anche rispetto agli altri quattordici, in termini di impostazione in primo luogo, di definizione salariale senz’altro ed anche normativi talvolta.

E quindi una sorta di effetto domino, di reazione a catena, di effetto onda è certo questione da non sottovalutare: le rinegoziazioni dei contratti degli Studi professionali, dei quattro del terziario e degli otto tra Turismo e Ristorazione mai come oggi sono stati in così stretta correlazione.

È per questo, a maggior ragione in questa fase, che non ci sono contratti che possano o debbano essere considerati minori, o dimensionalmente o politicamente meno rilevanti, o negozialmente meno interessanti.

Anche il tema della “contestualizzazione” di ogni singolo rinnovo rispetto a eventuali peculiarità, specificità, distintività di settore o di comparto e della conseguente “decontestualizzazione” di un rinnovo in relazione agli altri, deve essere approcciato con attenzione e con cautela, ma di questo avremo modo di confrontarci nei diversi appuntamenti ai quali facevo riferimento in premessa. 

Il compito che ci attende adesso è di incrociare, perché no, anche come fossero degli assi cartesiani, quanto definito dalla Filcams, dalla discussione che abbiamo affrontato dalla Leopolda ad oggi (l’ordinata), con quanto emerso nel confronto che la Confederazione ha avviato dal congresso fino all’assemblea nazionale delle delegate e dei delegati di Bologna (l’ascissa). 

La linea da tracciare porta evidentemente nel breve periodo alle mobilitazioni di cui, diversamente non potrebbe essere, tanto stiamo discutendo, ma crediamo sia altrettanto importante comprendere come e dove quella linea deve proseguire il suo tracciato.

L’obiettivo evidentemente è di fare in modo tale che la linea, tra i quattro quadranti prodotti da ascissa e ordinata, stia in quello dove i numeri sono tutti quanti positivi che, tradotto, significa che noi si sia in grado di raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi.

Perché questo avvenga uno dei presupposti, lo abbiamo esplicitato, è che, passatemi il termine, “il patrimonio Filcams” e quindi le priorità, le proposte, le rivendicazioni, le lotte, i punti di forza come quelli di debolezza, le fragilità, le vulnerabilità, le problematiche riconducibili ai nostri contesti siano comprese e divengano patrimonio dell’organizzazione tutta.

Sono temi, questi ultimi, che abbiamo affrontato a più riprese e sono ormai senz’altro noti: la frammentazione esasperata delle nostre realtà, l’inaffidabilità delle controparti, la loro totale assenza di una cultura delle relazioni sindacali, la loro inclinazione a dividersi e a distinguersi di continuo, la moltiplicazione dei contratti nazionali anche tra quelli da noi sottoscritti, la propagazione della contrattazione irregolare, la fragilità, la difficoltà, la problematicità, ataviche, connaturate, strutturali delle condizioni di lavoro nei nostri settori, per citarne solo alcune.

Sono queste le condizioni, diciamo, “ambientali” nel contesto delle quali in generale la Filcams negozia, e con estrema fatica ma anche con straordinaria tenacia sta provando a rinnovare i contratti nazionali, e che caratterizzano, senza dubbio in negativo, in termini di tanta e tale strutturalità, soprattutto, se non esclusivamente, i nostri settori.

Ecco, se questo è l’ambito di riferimento, non possiamo decontestualizzarne la gestione in primo luogo dal punto di vista contrattuale, pervenendo alle conclusioni che, per tutti i settori, per tutti i comparti, per tutte le imprese, obiettivi e risultati negoziali debbano essere i medesimi. O meglio, su un piano ideale e di principio, non possiamo che convenire, sul piano pratico rischiamo di doverci confrontare, o forse scontrare, con realtà nelle nostre strette disponibilità - il giusto, mi verrebbe da dire.

Se e quando invece una situazione così complessa la si banalizza, la si sminuisce, la si minimizza, la si valuta, magari estemporaneamente, sulla base di un singolo rinnovo contrattuale o, ancora più preoccupante, di una presunta “esposizione contrattuale” della categoria, prestando il fianco alle tante strumentalizzazioni soprattutto dell’ultimo periodo, non soltanto si vanificano l’impegno, il lavoro, lo sforzo, enormi, che la categoria sta sostenendo da diverso tempo a questa parte, non solo non si fa il bene della Filcams, soprattutto non si fa il bene della Cgil.

Però siamo convinti che discussioni come queste, improntate alla franchezza, alla schiettezza, alla genuinità e caratterizzate dalla propensione alla comprensione, al dialogo, al confronto siano utili e opportune, se non addirittura necessarie.

Senza voler apparire eccessivamente pretenziosi, non sarebbe disdicevole l’avvio di una nuova fase, anche in considerazione del tanto che ci siamo detti a congresso e, prima ancora, del tanto che abbiamo definito nella nostra assemblea organizzativa.

Credo sia soprattutto questo il senso di quanto emerso nel corso dell’ultima assemblea di Bologna.

Proseguendo in questa discussione, nella giornata di domani, vi presenteremo e vi chiederemo di approvare un ordine del giorno in tema di contrattazione che riepiloga, che prova a tenere insieme, che sintetizza le diverse questioni che abbiamo approfondito.  

Un testo nel quale abbiamo elaborato le nostre valutazioni e una nostra posizione in considerazione del confronto che abbiamo affrontato tra di noi di iniziativa in iniziativa, che è da considerarsi parte integrante del nostro piano di lavoro di recente definito e che interloquisca con il documento redatto dalla Confederazione, a partire dallo sviluppo di tre prime direttrici.

·      La prima, l’insostenibilità delle condizioni di lavoro, tipica dei nostri settori, determinata anche dagli arretramenti che si sono prodotti nel corso degli anni in tema di mercato del lavoro, nei confronti della quale si sta gradualmente generando, soprattutto in questo ultimo periodo, una sorta di movimento diffuso di contrasto, di reazione, di opposizione da parte delle lavoratrici e dei lavoratori; un fenomeno non strettamente riconducibile al nostro paese ma di portata senz’altro più generale.

·      La seconda, il mancato rinnovo dei contratti, la diffusione di contrattazione irregolare, l’eventuale introduzione di un salario minimo per legge, l’attacco ai nostri contratti, dal recente rinnovo della Vigilanza, a ritroso, ai contratti precedenti, la definizione di un nostro modello contrattuale, fosse anche soltanto legato alla fase attuale.

·      La terza, più di prospettiva, che avremo modo di approfondire nella nostra iniziativa “The New Order” di inizio 2024, rappresentata dalla totale assenza di una concezione, di una visione, di un’idea rispetto alla definizione di politiche del terziario per il nostro paese, tanto a livello nazionale quanto decentrato, politiche a governo, a sostegno, a guida, a controllo, ad indirizzo delle dinamiche, dei processi, degli sviluppi, tanto delle degenerazioni quanto delle enormi potenzialità dei nostri settori, del commercio, della filiera del turismo, della ristorazione e della cultura e dei servizi.

Ecco, arrivando alle conclusioni, in questi giorni – con l’inizio del nuovo anno scolastico – mi è capitato, vi sarà capitato di intercettare per strada qualche bambino che sta andando o sta tornando dai suoi primi giorni di scuola.

E mi sono chiesto anche, vedendolo per mano ai genitori, che stanno lavorando o un lavoro magari lo stanno cercando, o ai nonni che per una vita hanno lavorato per creare tutto questo:

Che Italia vedono, che Italia vediamo per quel bambino, per quella bambina?

Cosa li preoccupa?

Cosa si aspettano?

Cosa sperano?

Cosa vedranno, cosa vedrà tra pochi anni quella bambina, quel bambino diventato studente e poi cittadino, giovane adulto, con tutte le fragilità della sua adolescenza ma anche tutte le speranze di chi ha una vita in mano?

Vedranno più solidarietà, più qualità dei rapporti umani, più capacità del paese sui valori fondamentali e sulla civiltà e l’umanità del lavoro che sono a fondamento di un libro che purtroppo a scuola si legge poco e si legge ancor meno in Parlamento – quel libro straordinario che è la nostra Costituzione?

Oppure vedranno più soprusi, più imbarbarimento dei rapporti?

Oppure vedranno, sperimenteranno, toccheranno con mano la perdita dei valori fondamentali, la disgregazione, la disumanità, introdotte insieme a norme pirata, a tecnologie raffinate usate per il controllo sociale e lo sfruttamento di chi lavora?

La risposta a queste domande, a queste persone, a queste speranze di futuro sta anche nella qualità, nella capacità, nella determinazione e nella forza della nostra lotta di oggi e dei mesi a venire.

Noi abbiamo ben discusso e ben preparato tutto quello che ci riguarda, che riguarda i nostri temi e le nostre lotte come Filcams e come Cgil.

E parlando, confrontandoci, ci siamo ritrovati, ci ritroveremo – anche con Fisascat e Uiltucs – per preservare il valore imprescindibile dell’unitarietà, le cose che ci uniscono. 

E abbiamo imparato, stiamo imparando a considerare le differenze e le divergenze come una ricchezza, una risorsa per obiettivi comuni.

Ora mettiamo a punto e inauguriamo in queste prossime settimane, con un impegno di tutte e tutti, la nuova fase storica della rappresentanza.

Perché ora il tempo della mobilitazione, delle mobilitazioni è arrivato.

Perché ora quel lavoro, quella preparazione tenace e meticolosa devono dispiegarsi in una sfida aperta, in una lotta che, per contingenza storica ma anche per i temi che portiamo nelle piazze e in tutto il paese, non ha precedenti.

Quindi cominceremo dispiegando tutta la nostra forza, con tutta la voce di cui siamo capaci, a fianco delle compagne e dei compagni di tutta la Cgil, delle lavoratrici e dei lavoratori, il 7 ottobre in piazza.

Quindi continueremo nella nostra mobilitazione e saremo come non mai uniti nella solidarietà.

E saremo uniti nella lotta per l’umanità del lavoro.

Tutte. 

Tutti.

Uniti nell’impegno per i bambini, per i lavoratori, per gli anziani, per i deboli, i fragili, gli esclusi.

Il nostro dovere è, sarà, quello di restituire all’Italia la certezza delle regole, la vita e la dignità di ogni persona. Perché possiamo un giorno tornare a sorridere ma soprattutto perché possano sorridere loro.

E facendo questo, il nostro dovere è rispondere alle domande che ci fanno le lavoratrici e i lavoratori, ma anche di pretendere e ottenere risposte dai datori di lavoro, dal mondo della politica e delle istituzioni, dalle classi dirigenti, perché a nessuno è consentito di voltarsi dall’altra parte, di dimenticarsi il vincolo sociale e umano, assecondando una crisi di valori che possiamo, dobbiamo, vogliamo arrestare.

Io credo che possiamo ultimare i preparativi, con la calma e la concentrazione di chi sa che la battaglia decisiva sta per cominciare.

Io credo che sappiamo, che sapremo rispondere, agire, lottare e ottenere risposte.

Scendono in campo adesso, i nostri valori e la nostra forza.

È la nostra identità, la nostra ragion d’essere, la scelta di vita che ci ha portato in questi anni a costruire insieme il cammino, la dignità, la bellezza umana della rappresentanza.

A tutte, a tutti, quindi buon lavoro e buone mobilitazioni!