28 ottobre 2002
La politica economica di Palazzo Chigi ha scompaginato un quadro di alleanze che solo due mesi fa sembrava inattaccabile. La Cgil: ripartire da qui per l’unità sindacale
Sul Mezzogiorno prove di dialogo tra le parti sociali
Angelo Faccinetto
MILANO Non proprio un miracolo.
Ma qualcosa che gli si avvicina molto,
il governo, con la Finanziaria che
sabato è stata licenziata in commissione
e che giovedì approderà in aula
alla Camera, lo ha compiuto. Con le
sue scelte è riuscito a scompaginare
un quadro che solo un paio di mesi
fa - sul piano delle «alleanze» con le
forze sociali - appariva consolidato e
inattaccabile. Cisl, Uil e Confindustria
di qua, unite negli obiettivi dal
«Patto per l’Italia». Cgil, di là. Isolata
e «sola», coi suoi milioni di sostenitori
nelle piazze, a fare opposizione.
Ora, dopo la presentazione della
manovra e il suo contestato passaggio
in commissione, non è più così.
Dire che il terreno sia pronto per la
ripresa di un dialogo unitario tra le
tre confederazioni sarebbe inesatto.
Le resistenze sono tuttora fortissime.
Tanto che il leader della Cisl, Savino
Pezzotta, preferisce spostare l’attenzione
sul contratto dei metalmeccanici,
piuttosto che sulle scelte di politica
economica. Come dire che privilegia
ciò che oggi divide rispetto a ciò
che nel futuro prossimo può unire.
Ma l’impalcatura scricchiola e sviluppi
sono possibili.
Un primo riscontro ci sarà domani,
quando governo e parti sociali
torneranno ad incontrarsi proprio
sul tema finanziaria e sui suoi punti
più scottanti: politica industriale -con
la vertenza Fiat più aperta che
mai - e Mezzogiorno.
Le posizioni si sono delineate nei
giorni scorsi. Pezzotta ha dato al governo
«i quindici giorni». «Se entro
metà novembre non saranno fatte le
modifiche necessarie per rispettare
gli obiettivi del Patto per l’Italia - ha
detto - valuteremo le forme di mobilitazione
da mettere in campo, a livello
nazionale e territoriale». Sarà l’assemblea
dei quadri e dei delegati,
convocata per quella data, a tirare le
somme. Pezzotta, certo, ha voluto
precisare che non si tratta di un ultimatum.
Ma lo stato d’animo è piuttosto chiaro.
Come chiare sono le preoccupazioni
a più riprese espresse dal suo omologo
della Uil, Luigi Angeletti.
E come chiarissimi, ed impietosi,
sono stati i giudizi del presidente
di Confindustria, Antonio D’Amato.
Che dopo gli attacchi frontali lanciati
al governo da Capri, a inizio
ottobre, ora ha riscoperto il valore di
un rapporto positivo anche con la Cgil –
per lo meno sul Sud - ed ha addirittura
«promosso» l’Ulivo, contrapponendo
la bontà della strumentazione
predisposta per il Mezzogiorno
dai passati governi alle scelte di
Berlusconi. Tanto da dire: «Siamo
assolutamente contrari ad ogni cambiamento».
Nonostante le dichiarazioni del
suo viceministro Baldassarri, che l’altro
giorno ha parlato di «scelte senza
alternative», è dunque verosimile
che Tremonti, alla fine, qualcosa sia
costretto a scucire. Che senso avrebbe,
altrimenti, riaprire un tavolo di
confronto? Il direttore generale di
Confindustria, Parisi, afferma che in
questi giorni si è imboccata la «strada
giusta». Il problema è vedere se
basterà. Tanto più che da accontentare,
Palazzo Chigi, non ha solo le parti
sociali. I centristi scalpitano e sembrano
muoversi in sintonia con la
Cisl. Addirittura il presidente della
Camera, Pierferdinando Casini, ha
sostenuto la necessità di reperire risorse
aggiuntive. Poi, sul piede di
guerra, ci sono pure Regioni ed enti
locali. Compresi quelli governati dal
centrodestra.
Di fronte a tutto questo, in caso
di risposte insoddisfacenti, troveranno
Cgil, Cisl e Uil le ragioni, e gli
obiettivi, per un’azione comune? La
Cgil non ha dubbi. «La Finanziaria
ha bisogno di modifiche profonde,
non di revisioni superficiali» - ha sostenuto
il coordinatore del dipartimento
Mezzogiorno di corso d’Italia,
Emilio Miceli. Finora invece il
governo si è limitato a rivedere alcune
decisioni - vedi il funzionamento
della 488 - giudicate dalla Cgil, e dal-
la sinistra, profondamente sbagliate.
E questo non basta. La Cgil, però,
come detto, va oltre.
L’unità sindacale, dice il segretario
confederale, Paolo Nerozzi, potrebbe
ripartire proprio dalle critiche
alla Finanziaria. Puntando sui tre
punti cruciali di questo autunno
2002: Mezzogiorno, politica industriale
e caso Fiat. Esistono culture
sindacali diverse che nessuno si è
mai sognato di negare o di poter rappresentare
in una sorta monopolio.
Le rotture si sono avute sul merito.
Ed è sul merito che bisogna ricominciare
a tessere la tela dell’unità.
Che se ne riparli così apertamente
è anche (de)merito del governo.