|
 |
SINDACATO 1. CONVERSAZIONE CON ALDO AMORETTI, PRESIDENTE DELL’INCA Sono i cloni del Cinese a guidare Cgil «I grandi uomini fanno grandi errori» Epifani non può cambiare linea perché ha condiviso la scelta della battaglia politica
Aldo Amoretti è un dirigente di lungo corso della Cgil. E' stato il segretario generale dei tessili (la Filtea) quando nella confederazione rossa operavano le "componenti" di origine partitica (comunista, socialista e la radicaleggiante "terza componente"). Per quasi un decennio, dal '91 al '99, ha guidato la Filcams (la federazione del commercio). Sono gli anni dello scioglimento delle componenti e dell'approdo alla logica di maggioranze (Trentin-Del Turco) e minoranza (Bertinotti) nel governo della confederazione. Ma anche quelli dell'invasiva concertazione sociale con i governi del centro sinistra. Anni che cambiano profondamente la Cgil. Nel '99, Amoretti va in Sicilia a guidare il regionale della Cgil per tornare a Roma nell'ottobre scorso, nominato presidente dell'Inca, il patronato dalla confederazione. E questa Cgil, al "migliorista" , e poi fassiniano, Amoretti non piace. Avverte il pericolo di una inopportuna azione politico-partitica. Che può illudere qualcuno sulla forza propulsiva del sindacato ma che presto si dimostrerà vacua e negativa. Il sindacato - si sa - serve ad altro. Il punto di partenza di una conversazione sulla Cgil, quella del recente passato e quella del futuro, non può che essere Sergio Cofferati, l'uomo che ha segnato, nel bene e nel male, l'ultimo decennio del sindacalismo italiano. «Anche i grandi uomini - dice Amoretti - commettono degli errori, e quando un grande uomo commette un errore, quello è un grande errore. L'errore è stato quello di schierare l'organizzazione in una battaglia di partito. Né si può pensare di poterla mascherare sostenendo che fosse una legittima scelta personale. Nei fatti si è schierata l'organizzazione, si sono mobilitati i quadri. Non era mai accaduto. Questo ha cambiato la natura del sindacato che si è trasformato in strumento di una missione non sua. Immaginiamo i risultati che si sarebbero ottenuti se quelle risorse fossero state usate nella lotta al sommerso!». Proviamo a chiedere perché tutta la Cgil, capace come pochi a sottili distinzioni finanche filologiche, abbia condiviso questa mutagenesi; perché nessuno abbia lanciato l'allarme. Sempre che ve ne fosse l'esigenza. «E' prevalsa l'idea che fosse una partita da giocare. Senza sottovalutare l'istinto conformista che c'è in tutte le organizzazioni, e in tutti gli uomini. Una sorta di spinta alla fedeltà. D'altra parte - insiste - si è assistito ad una specie di inibizione del dissenso: ancora oggi le discussioni all'interno del Comitato direttivo si svolgono su decisioni già annunciate (come quella relativa al prossimo sciopero dell'industria) e le opinioni diverse rischiano, per questa via, di apparire poco incisive nella lotta contro il nemico». Gli effetti di tutto ciò sono: «Ulivo, sindacato e partito divisi». Era ingenuo - «forse addirittura offensivo» - pensare che il passaggio delle consegne tra Cofferati ed Epifani potesse condurre ad un cambio di linea. Lo spiega bene Amoretti: «Chi oggi è al vertice della Cgil, era insieme a Cofferati a compiere quelle scelte. Chi pensava che Epifani, sulla base della sua formazione, potesse interrompere quel percorso, non ha tenuto conto che l'attuale segretario della Cgil ha pienamente condiviso, e non per opportunismo, la linea-Cofferati. L'attuale segreteria confederale è composta da "cloni" di Cofferati. Gli unici dissenzienti, sul referendum e poco altro, sono Gian Paolo Patta e Paola Agnello Modica». In questo quadro, Amoretti individua una possibile via «per levare la Cgil dalla battaglia politica»: valorizzare l'azione, unitaria e sindacale, che, a parte la Fiom, stanno compiendo le categorie». Da qui si deve ripartire.
|
|
|
QUESTO ARTICOLO
|