| GIOVEDÌ 19 FEBBRAIO 2004 |
| Pagina 3 - Economia | |
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LA RIFORMA Si lavora fino a 5 anni di più salvi gli assunti in tarda età
Chi ha cominciato la carriera a 25 anni nel 1978, nella versione iniziale della riforma avrebbe dovuto aspettare fino a 65 anni
Il governo ha poi deciso di chiudere almeno due finestre su quattro di uscita per l´anzianità (sempre dal 2008) e di stralciare dalla riforma il provvedimento di decontribuzione sui neoassunti. Non sono state invece adeguate, come sollecitavano i sindacati, le aliquote dei lavoratori autonomi, che godono di un trattamento di favore: la loro pensione viene calcolata su un´aliquota di computo superiore di tre punti rispetto a quella effettiva. A dire del governo viene salvaguardato, in questo modo, l´obiettivo di un risparmio, a regime, sulla spesa previdenziale dello 0,7 per cento del Pil (otto miliardi di euro all´anno). La nuova riforma rende più gravoso l´accesso alla pensione di anzianità da parte dei dipendenti, che dovranno lavorare fino a cinque anni in più rispetto al regime attuale per maturare lo stesso diritto. Nei confronti della precedente proposta del governo (quella del passaggio a 40 anni dell´età minima di contribuzione a partire dal 2008), la nuova garantisce una maggiore equità di trattamento tra i cosiddetti lavoratori precoci e quelli tardivi (questi ultimi erano più penalizzati perché facevano fatica a raggiungere quota 40). Vediamo qualche esempio. Si fa particolarmente pesante la situazione dei lavoratori che hanno 57 anni di età dopo il 2014. Con il regime attuale, infatti, un operaio assunto a 22 anni nel1978 sarebbe andato in pensione nel 2013 a 57 anni di età e con 35 anni di contributi. Ora, invece, dovrà lavorare cinque anni in più: dovrà infatti aspettare, per uscire, il 2018, quando avrà 62 anni di età e versato contributi per 40 anni. Salvo, per così dire, il lavoratore tardivo, che assunto a 35 anni nel ´78 avrebbe lasciato nel 2018 con la prima versione della riforma, mentre ora potrà uscire nel 2014, un anno soltanto dopo quello che gli consentivano le norme attuali. Un caso intermedio è invece quello di un lavoratore assunto nel ´73 all´età di 18 anni. Anziché andare in pensione nel 2012 (57 anni di età e 39 anni di contributi), la riforma Tremonti lo costringe a lavorare un anno in più, cioè con 40 anni di contributi (anziché l´età anagrafica, la cui soglia è stata elevata, fa fede infatti quella contributiva). Se nel ´73 il neoassunto aveva 22 anni, la permanenza obbligata al lavoro aumenta invece di quattro anni: questo lavoratore, infatti, sarebbe andato in pensione, con le regole attuali, nel 2008 (57 anni d´età e 35 di contributi), mentre con la riforma Tremonti dovrà aspettare altri quattro anni e lasciare il lavoro nel 2012 (61 anni di età e 39 di contributi). (r.d.g.) |