| MARTEDÌ 9 MARZO 2004 |
| Pagina 30 - Economia | |
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Pensioni, lo stop dell´Ocse: una riforma incompleta "Non basta alzare l´età per far lavorare di più" Rapporto sull´Italia presentato oggi a Roma. "Le imprese vanno convinte a non espellere gli anziani"
ROBERTO MANIA
Il processo di invecchiamento della popolazione italiana continuerà: il tasso di fertilità è in caduta libera mentre cresce l´aspettativa di vita media. Il primo raggiungeva il 2,5% nel 1970, è calato all´1,20% nel 1998, crescerà di poco - grazie agli immigrati - nel 2005 avvicinandosi all´1,4% dove dovrebbe restare anche negli anni successivi. Nel 2050 - prevede l´Ocse - l´aspettativa di vita degli uomini arriverà a 81,4 anni e a 88,1 anni per le donne. Il tasso di dipendenza dagli anziani è destinato a passare dal 43% nel 2025 al 67% nel 2050. Una dinamica che avrà effetti dirompenti sulla sostenibilità finanziaria, basti pensare che già oggi in media gli uomini ricevono l´assegno pensionistico per 16 anni e mezzo, e le donne per 20 anni e mezzo. Ma questo - per l´Ocse - aumenterà anche le «iniquità intergenerazionali», accrescendo le tensioni sul piano sociale. Le tutele degli anziani di domani - è facile prevedere - non potranno essere quelle previste per i pensionati di oggi. Mantenere al lavoro gli ultra sessantacinquenni diventa, allora, una sorta di imperativo. D´altra parte il confronto con gli altri paesi, fotografato dall´Ocse, appare disarmante: in Italia lavora solo il 6,4% della classe di età compresa tra i 65 e i 69 anni, contro il 14,5% della Svezia, il 24,4% degli Stati Uniti, e addirittura il 37,5% del Giappone. In questo quadro si è fatto pochissimo, agendo su meccanismi di incentivi economici privi di vero appeal. Piuttosto è sulla formazione e riqualificazione professionale che si dovrebbe puntare. Oltreché sul lavoro a tempo parziale. Gli anziani italiani sono sostanzialmente ignorati da questi processi. Solo recentemente - con la legge Biagi - è stato introdotto un incentivo fiscale a chi assume i lavoratori con più di 50 anni. Per il resto - osserva il dossier Ocse - tutti i programmi di politica attiva per il lavoro hanno come «destinatari» i giovani. Anche per questo è scarsissima la mobilità da posto a posto tra gli appartenenti alla classe di età 50-64 anni: nel 2001, circa il 70% ha lavorato per 15 o più anni per il medesimo datore di lavoro; percentuale che scende al 26% per la classe tra i 25 e i 49 anni. E non è solo questione di fedeltà all´azienda: sulla scarsissima mobilità tra i lavoratori più anziani pesa il basso tasso di scolarità, ai livelli di coda tra i paesi dell´Ocse. Ridurre tutto allo sterile scalino del 2008 appare davvero miope. |