17 dicembre 2002
Da Bruxelles una smentita per il governo Berlusconi:
la nostra previdenza non è a pezzi
Pensioni, l’Europa promuove l’Italia
Raul Wittenberg
ROMA L'Europa riconosce che il sistema
pensionistico italiano si afferma, insieme
a quello svedese come uno dei più moderni
e solidi dell'Unione. Da Bruxelles arriva
dunque, nel rapporto sulla previdenza che
viene adottato oggi dalla Commissione europea,
l'ennesima smentita alle dichiarazioni
del presidente del Consiglio che sin
dalla campagna elettorale ha sostenuto
che la nostra previdenza è a pezzi perché
nel 1994 non era riuscito a fare la riforma
che voleva lui. E invece per fortuna con il
consenso dei sindacati è stata fatta quella
del governo Dini, decisiva insieme a quella
del '92 e all'aggiustamento del governo
Prodi, per salvare il sistema pubblico.
Nel rapporto c'è dunque questo riconoscimento,
come pure la constatazione
che la transizione tra il vecchio sistema e
quello rinnovato dalle riforme degli anni
Novanta è troppo lenta e c'è bisogno di
ulteriori interventi per renderlo meno oneroso
per le finanze pubbliche. Per la Ue
infatti in Italia sono in troppi ad avere
scarsi incentivi a prolungare la propria vita
lavorativa. Non per questo però occorre
l'ennesima riforma, secondo un esperto
della Commissione, perché «non c'è bisogno
di ripensare le riforme degli anni Novanta,
che rappresentarono un deciso passo
nella direzione giusta». Infatti grazie a
loro si è cominciato, dice il rapporto, «a
stabilizzare la spesa per le pensioni pubbliche»,
con il passaggio dal sistema retributivo
(con vitalizi basati sull'ultimo stipendio)
a quello contributivo (basato sui contributi
effettivamente versati). Un mutamento
che «rappresenta una completa modernizzazione
del primo pilastro», la previdenza
pubblica.
Con questa formula l'Italia e la Svezia
garantiscono una crescita contenuta della
spesa rispetto al Pil, che da noi nei decenni
della "gobba" demografica passa dal
13,8% (2000) al 15,7% per scendere al
14,1 nel 2050. La media europea parte dal
10,4% del Pil, raggiunge il 13,6 e si stabilizza
nel 13,3%. Soltanto nel Regno Unito,
dove prevale il sistema dei Fondi privati si
riduce la spesa pubblica (dal 5.5 al 4,4%).
Ma lo stesso governo Blair denuncia che
quasi la metà dei lavoratori, 13 milioni di
persone, non avrà una pensione decente
perché «non risparmia abbastanza». In altre
parole qui si è lontani dagli obiettivi
prioritari indicati dal rapporto, che sono
prevenire l'esclusione sociale, mantenere
il livello di vita dei lavoratori che vanno in
pensione, promuovere la solidarietà.
Tra i problemi, anche per l’Italia c’è lo
scarso tasso di occupazione tra i 55 e i 64
anni di età, bisognerebbe lavorare più a
lungo. E allora occorrerà «fermare il diffuso
ricorso ai prepensionamenti» usati da
ammortizzatore per il mercato del lavoro.
Inoltre l'intero sistema, compresi gli aspetti
di assistenza sociale, genera un deficit
del 3,0% l'anno ripianato dallo Stato: lieviterà
al 4,5% tra il 2010 e il 2030.