venerdì 13 giugno 2003
Un servizio di «Diario» delinea la strategia del titolare dell’Economia per mettere
mano alla previdenza. Un tema a rischio, che nel ’94 provocò l’uscita della Lega
dal governo
Pensioni, colpo di Genio a Ferragosto.
Bossi permettendo
MILANO Giulio Tremonti prende la rincorsa. Nonostante sia tra i maggiori
responsabili della sconfitta elettorale, invece di battere in ritirata starebbe già
pensando al rilancio, sfruttando il semestre italiano di presidenza della
Commissione europea, calando l’asso (si fa per dire) nella manica: mettere
mano alle pensioni. Con un bel decreto legge che bloccherebbe le pensioni
di anzianità per uno o due anni, uno stop per i 55/58enni con 35 anni di
contributi, un totale di circa 200mila italiani. Decreto legge, nel caso, da far
passare a Ferragosto, ovvio. Così, tanto per evitare un confronto pubblico
che non gli sarebbe propriamente favorevole.
La notizia arriva da Diario, che al superministro all’Economia dedica la
copertina del numero in edicola da oggi, e l’inchiesta dall’inequivoco titolo
«Pensione Tremonti», firmata da Lorenzo Nuvolari. Un lungo articolo che
spiega come e perchè Tremonti sta mettendo a punto il colpo sulle pensioni,
nonostante qualsiasi manovra sul tema sia ad alto rischio di impopolarità
e nonostante il confronto con le parti sociali si profili duro. Contro le modifiche
alle pensioni, infatti, l’obiettivo dell’asse governo-Confindustria di
spaccare la triade sindacale si allontana: in materia pensionistica Cgil, Cisl e
Uil sono uniti.
Ma il problema per Tremonti, semmai, si chiama Umberto Bossi, che
proprio sulle pensioni se ne andò dal primo governo Berlusconi, e che peraltro
al superministro è legato a doppio filo: la Lega ha sempre fatto capire che
se Tremonti fosse uscito dal governo, l’avrebbe seguito, e in compenso il ministro
ha regalato a Bossi più d’un momento di felicità. Solo per fare due esempi, il leghista Bonomi alla presidenza dell’Alitalia, piuttosto che il blocco delle riforma europea della tassazione del risparmio (pronta dopo 14 anni).
Una serie di favori che oggi potrebbero far digerire a Bossi quello che non gli andò giù nel novembre del ‘94.
Perchè tagliare le pensioni sembra essere diventato un dogma. Per il governatore della Banca d’Italia, per la Commissione e la Banca centrale europee, e anche per Confindustria. Per inciso, il passato di fiscalista di Tremonti lo dovrebbero rendere più attento ai bisogni del commercio e della piccola-media impresa, piuttosto che
a quelli della grande industria. Tant’è...
Oltretutto, c’è un dato oggettivo che dovrebbe orientare Tremonti verso altri lidi: nel 2001, la commissione presieduta da Alberto Brambilla, sottosegrteario leghista al Welfare, ha spiegato che il risparmio effettivo nei primi sei anni di riforma è stato in linea
con le previsioni, e lo ha stimato per i cinque anni successivi in 10-15mila miliardi di vecchie lire, anche oltre le attese.
Un rapporto che l’esecutivo non avrebbe gradito, finito nei cassetti insieme allo stesso Brambilla, che si è visto ritirare le deleghe da sottosegretario.
Tremonti ha ambizioni grandiose. Sa che i seguaci di Bossi non gli bastano, e adesso che l’Italia avrà la presidenza europea vuole giocarsi il tutto per tutto per farsi additare come l’uomo del rilancio. Il «genio», come dice Berlusconi. L’uomo che in due anni ha
portato l’Italia al collasso, e che, se davvero insisterà col taglio delle pensioni,
riuscirà ad aprire le porte ad una nuova, ulteriore e rischiosa fase di conflitto sociale.
la.ma.