Ora il dipendente cambia lavoro più spesso

di Admin

mercoledì 27 ottobre 2021



              Giovedí 22 Maggio 2003

              Ora il dipendente cambia lavoro più spesso

              Il tasso di rotazione degli occupati sale al 13,5%: in un anno 1,3 milioni di passaggi da un posto «fisso» a un altro

              ALESSANDRO BALISTRI

              MILANO - Il posto fisso è un po' più mobile. Gli italiani si affezionano meno di un tempo alla poltrona, si guardano in giro e cambiano lavoro più spesso. La tendenza è cominciata timidamente una decina di anni fa ed è esplosa nella seconda metà degli anni 90. Secondo il rapporto Istat, tra il '95 al 2001, la quota di lavoratori passata da un posto all'altro nell'arco di un anno è salita dall'11,1 al 13,5 per cento.
              Merito della maggiore flessibilità sul mercato del lavoro, ma anche di un diverso atteggiamento dei dipendenti. Il peso dei contratti a termine è decisivo: più di metà degli impiegati e degli operai a tempo determinato è stata in almeno due posti di lavoro tra aprile 2001 e aprile 2002. La stessa cosa, e questo è il dato più significativo, è successa al 10,2% dei dipendenti a tempo indeterminato, che quindi hanno scelto di cambiare lavoro. Si tratta di oltre un milione e trecentomila occupati permanenti, mentre quelli a termine sono poco meno di 800mila. La mobilità riguarda anche il 10,7% degli autonomi, vale a dire 600mila persone.
              Anno dopo anno è aumentata la mobilità, sotto la spinta della crescita occupazionale. Tra aprile '95 e lo stesso mese del 2002, le entrate nel mondo del lavoro sono state sempre superiori alle uscite: il picco è stato raggiunto nel 2001, quando per ogni cento uscite, gli ingressi sono stati 129, mentre un anno dopo si è toccato il punto più basso dei sei anni, con un indice di 108. Un mercato più dinamico e anche più sicuro, visto che si è rafforzata la quota delle persone che da un anno all'altro hanno mantenuto lo status di occupati (oggi è al 94,2%).
              Per misurare la mobilità dell'occupazione, l'altro indicatore dell'Istat è il tasso di turnover, che considera gli spostamenti «da e verso l'esterno della condizione», cioè gli scambi tra l'area degli occupati e quella dei senza lavoro. Il tasso netto è diminuito gradualmente, scendendo dal 14,2 al 12,1 per cento. E se si considera anche il dato sulla rotazione si ottiene il tasso lordo di turnover, molto elevato nel Nord-Est e al Sud. In assoluto, l'area più vivace è il Nord-Est (il tasso di rotazione è del 14,9%), dove la mobilità riflette il dinamismo dell'economia locale. Per trovare gli stessi livelli bisogna andare nel Mezzogiorno: la rotazione è al 14,5% e il turnover addirittura al 45,9. L'Istat spiega il primato meridionale con gli «elevati tassi di transizione tra l'occupazione e le altre condizioni professionali»: vale a dire le aree dei disoccupati e delle «non forze di lavoro». L'altro motivo è un tasso di rotazione superiore alle altre aree. Resta il fatto che al Sud il tasso di uscita dalla disoccupazione è tre volte più basso di quello del Nord-Est.
              Il sesso "mobile" è quello femminile: per le donne il tasso di rotazione è del 16,6% contro l'11,1% degli uomini. L'età mobile, invece, è quella più giovane. Chi ha meno di 25 anni pesa oltre il 18% sui movimenti complessivi nel mondo del lavoro, anche se rappresenta meno dell'8% degli occupati. Un primato inevitabile in una classe di età con un turnover del 90,9%, frutto del 52,4% di entrate e del 38,4% di uscite. L'Istat interpreta il dato con l'alto numero di ingressi e la flessibilità tipici dei più giovani e con il fatto che non è facile trovare subito il lavoro giusto. Il titolo di studio ha un effetto duplice: se è elevato, riduce il turnover e aumenta la rotazione. Chi ha studiato di più ha maggiori chance di cambiare: il tasso tra i laureati è del 14,7%, mentre i più statici sono i diplomati (12,9%). L'evoluzione degli ultimi anni ha reso più stabili anche i posti che per natura lo sono meno. Il tasso di permanenza nell'occupazione è ovviamente più alto per i contratti standard, cioè a tempo pieno e indeterminato, ma è cresciuto anche per i dipendenti a termine: quelli che sono ancora occupati da un anno all'altro erano l'85% del totale nel 2002, cinque punti percentuali in più rispetto al '96.