sabato 15 marzo 2003
Cgil
Oggi Milano si riempie di pace
Per oltre dieci anni la Cgil ha lottato per i diritti di milioni
di cittadini. Ma la battaglia per i lavoratori non è ancora vinta Per questo è necessario mobilitarsi
Guglielmo Epifani
Quando abbiamo pensato di
tenere questa manifestazione
a Milano sul tema dei diritti,
nessuno di noi poteva immaginare
che in questo inizio di primavera
saremmo stati alla vigilia di una
guerra.
La tensione etica e civile che i cittadini
italiani, europei, del mondo
avvertono in queste settimane dovrebbero
convincere anche i più
testardi che questa guerra non si
deve fare. Che non libererà il mondo
dal terrorismo. Che non libererà
l’Iraq da Saddam Hussein, il dittatore
che tutti ben conosciamo.
Che il mondo non sarà più libero
e giusto. Che a soffrire saranno i
più deboli, gli inermi, le donne, i
bambini. Spero che in queste ultime
ore prima del voto del Consiglio
di sicurezza dell’Onu possa
prevalere il buon senso e l’opinione
di chi è contro la guerra, per la pace.
L’Italia è nel cuore del Mediterraneo,
è naturalmente il crocevia di
culture, interessi, popoli, è una
piattaforma logistica naturale di
pace e di convivenza civile. Siamo
stati in grado di rappresentare questo
punto di incontro, proprio perché
abbiamo fatto dello scambio
con altre tradizioni, altre culture
che si affacciano su questo straordinario
mare, la nostra vocazione naturale.
Per questo nel nostro Paese
è forte e consolidata una alta e nobile
tradizione di pacifismo. Anche
per questo all’Italia non conviene
questa guerra. Perché avrà
risvolti e ripercussioni drammatiche
in quest’area. Perché muterà
l’ordine mondiale, fondato sul primato
della forza. Perché si sancirebbe
il principio che i mezzi
(un’avventurosa guerra, magari
con armi nucleari) sono più importanti
dei fini (liberare l’Iraq da un regime
dittatoriale). Mi colpisce il linguaggio
bellicista di questi giorni: si parla di
bombe atomiche, armi nucleari, piani
di attacco e di battaglia con troppa
leggerezza, come se parlassimo di soldatini
di plastica, senza pensare alle vittime
in carne ed ossa, alle vite spezzate.
Occorrerebbe un senso di responsabilità
più diffuso, anche in
chi fa informazione, per non dimenticare
mai che quando ci sono
le guerre le persone muoiono, soffrono,
le famiglie si disgregano, la povertà
aumenta, la fame è possibile,
non c’è lavoro. Non possono
esserci diritti. La Cgil è impegnata
in queste settimane testardamente
per la pace. Lavorando con gli altri
sindacati europei (e non solo) perché
la pressione democratica verso
i governi possa evitare questo conflitto.
La ferma di quindici minuti
di ieri ha rappresentato una novità
inedita: per la prima volta in tutta
Europa, nello stesso momento, i
lavoratori hanno incrociato le braccia
per dire «no alla guerra». Discutendo
e dialogando con i movimenti
e le associazioni laiche e cattoliche
impegnate a difendere la
pace, nel rispetto dell’articolo 11
del nostro dettato costituzionale.
Per questo domani, marceremo ad
Assisi, un luogo simbolico di pace
e di convivenza, a fianco della Cisl
e della Tavola della Pace. Mettendo
in atto le iniziative proprie di
un sindacato perché nella legalità e
nella nonviolenza, i lavoratori italiani
non prestino un solo minuto
del loro lavoro a sostegno della
guerra. In un mondo non di pace,
non ci possono essere diritti per le
persone, per gli uomini, le donne,
i bambini, i giovani, gli anziani, i
lavoratori e le lavoratrici. In questo
nostro stare in campo per la
pace, oltre al rifiuto etico e morale
per una risoluzione dei conflitti
fondata sulla violenza, c’è anche e
soprattutto la preoccupazione per
le conseguenze sociali ed economiche
che ogni guerra porta con sé.
Per questo, per noi, per la Cgil,
pace e diritti sono due valori che
camminano insieme.
Da oltre dieci anni la Cgil ha fatto
del tema dei diritti il fondamento
della propria identità, il fondamento
delle proprie politiche rivendicative.
I diritti sono la nostra bandiera
e la nostra capacità di rappresentare
e di mobilitare le persone, i
propri iscritti e il Paese. Lo straordinario
anno di mobilitazioni e di
iniziative che abbiamo alle spalle
lo dimostrano. E abbiamo fatto
delle politiche di sviluppo, del modello
produttivo, del modello di
specializzazione e della lotta al declino
del Paese l’altra grande battaglia
sulla quale siamo impegnati:
c’è qualcosa di più di un tratto di
congiunzione fra il tema e le politiche
dei diritti e la battaglia per evitare
il declino del Paese. Per noi i
diritti non solo i diritti che nasco-
no dal rapporto di lavoro o di produzione;
la grande forza che abbiamo
sempre avuto è stata quella di
riuscire a tenere insieme quella battaglia
sui diritti tradizionali, che ci
vede impegnati nei contratti, nella
difesa dei diritti individuali dei lavoratori,
in quelli collettivi, nelle
tutele plurime, nel rispetto della
dignità di chiunque abbia un rapporto
di lavoro, con una battaglia
più generale sui diritti di cittadinanza
e sui diritti civili.
Non dobbiamo smarrire l’identità
di un sindacato che fa dei diritti
del lavoro il primo fondamento
della propria azione, ma per evitare
sempre e comunque - per oggi e
per il futuro - che una battaglia
per i diritti del lavoro venga contrapposta
a una battaglia generale
dei diritti di cittadinanza o dei di
ritti sociali. La nostra forza, il nostro
prestigio, la nostra responsabilità
si giocano in questa capacità:
quali diritti difendere, quali diritti
promuovere. D’altra parte come
potremmo definire il diritto alla
formazione o il diritto alla salute,
o il diritto di eguaglianza dei lavoratori
extracomunitari se non attraverso
un terreno di identità comune
tra i diritti che provengono
ed emanano dal lavoro e i diritti
che appartengono ad ogni persona?
Come potremmo noi costruire
un rapporto che parla ai giovani
e agli anziani, agli inclusi e agli
esclusi, che lega le generazioni, se
non fossimo in condizione - giorno
dopo giorno - di tenere assieme
questa barra e questa strategia? Fra
le molte teorie esistenti, io sono
tra coloro che pensa che i diritti in
realtà sono il frutto di costruzioni
storiche che chiamano essenzialmente
la responsabilità delle persone,
delle istituzioni e dei sistemi
politici e pubblici, e che per questo
esiste una titolarità indiscutibile
dei diritti universali. I diritti appartengono
alle persone senza distin-
zione di territorio, di censo, di appartenenza
etnica, comunitaria o
religiosa, sono convinto che questo
sia il portato più avanzato delle
grandi battaglie democratiche che,
nel corso dell’epoca moderna, si
sono affermate. Se i diritti fanno
capo alle persone, solo questo fonda
la loro universalità e solo questo
rappresenta la garanzia di eguaglianza
di ognuno verso l’altro.
Abbiamo concluso con uno straordinario
successo la campagna di
raccolta delle firme per la difesa e
l’estensione dei diritti dei lavoratori.
Oltre cinquemilioni di firme peseranno
nel dibattito parlamentare
sulle riforme del mercato del
lavoro. Ora dobbiamo avere la forza
e la capacità di offrire a quei
milioni di cittadini e di lavoratori
una nuova frontiera di impegno e
di partecipazione, perché la battaglia
per la difesa e l’estensione dei
diritti non è vinta. Noi staremo in
campo con la straordinaria forza
che la Cgil rappresenta, con la capacità
di mobilitare le coscienze
civili e democratiche del nostro Paese.