domenica 10 novembre 2002
economia e lavoro
Allarme rosso per i cantieri: niente incentivi e la Finanziaria ha
tagliato molti milioni di euro per gli investimenti
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Meccanica, turismo e telecomunicazioni i comparti più colpiti
Nelle banche in arrivo anche gli esuberi di Capitalia
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Da Nord a Sud, per il leader della Cgil Guglielmo Epifani i posti a rischio nel corso del 2002 sono oltre 200milatagliato molti milioni di euro per gli investimenti
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Meccanica, turismo e telecomunicazioni i comparti più colpiti
Nelle banche in arrivo anche gli esuberi di Capitalia
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Non solo Fiat, migliaia di aziende in crisi
Agroalimentare, chimica, edilizia, tessile: il collasso non risparmia alcun settore
Giovanni Laccabò
MILANO Vista alla rovescia, la crisi Fiat è
anche il prototipo negativo della linea
battuta dal presidente di Confindustria
Antonio D’Amato che punta tutto sulla
riduzione dei costi e dei diritti. Con il
risultato che i posti a rischio nell’anno
superano i 200 mila, ha già detto Guglielmo
Epifani, mentre non si arresta l’emoraggia
nelle grandi aziende industriali.
Un modello in voga, a giudicare dall’ampliarsi
a macchia d’olio dei punti di crisi
che costellano l’apparato industriale: forse
con le sole eccezioni del trasporto aereo
(deregulation selvaggia) e delle costruzioni
- che devono l’imminente collasso
alla finanza virtuale di Tremonti -l’origine
del trend infelice presenta le
stesse caratteristiche della crisi Fiat, ossia
i mancati investimenti per innovazione,
ricerca, qualità. La radice comune è evidente
nella meccanica e nel tessile, ma la
si scopre anche nelle ristrutturazioni delle
banche.
E persino nell’agroalimentare, spiega
il numero uno della Flai-Cgil, Franco
Chiriaco: «Migliaia di microaziende sono
in difficoltà, a migliaia la cassa integrazione
per esuberi e ristrutturazioni».
Limitando i calcoli alla sola realtà nota -quella
ignota misura più grandi numeri
- l’alimentare denuncia almeno 5mila
espulsioni ed altri 5mila posti sfumati
per il turnover bloccato. Ma, insiste Chiriaco,
il vero allarme nasce «dal vuoto di
innovazione e dalla bassa qualità dei prodotti,
che inevitabilmente si ripercutono
sull’alimentazione: il 50% del budget di
una grande azienda è assorbito dalla pubblicità:
il produttore più che sulla pro-
pria merce fa affidamento sull’immagine».
Non c’è settore che non presenti ferite.
Nel tessile il caso Marzotto che - Fiat
insegna - insegue la pace economica tagliando
l’occupazione e chiudendo di
botto la tessitura di Manerbio, 271 addetti.
Ben intenzionati a bloccare la mossa, i
sindacati tessili bresciani osservano che
Marzotto, quand’anche riuscisse a chiudere
Manerbio, non per questo garantirebbe
gli altri stabilimenti: Marzotto maschera
la scarsa competitività insita nella
qualità dei prodotti, e come Fiat ha messo
i sindacati di fronte al fatto compiuto,
con la mobilità avviata senza preavviso.
Poi la chimica, dove la crisi che nasce in
Sicilia mette a rischio 4.500 posti - ma
poi potrebbe estendersi altrove - perché
Agip Petroli ha deciso di disfarsi del Petrolchimico
di Gela. Spiega Giovanna
Marano della segreteria regionale Cgil:
«Per la prima volta il sindacato non è
stato informato preventivamente (come
si vede dilaga la moda di violare i diritti
di informazione previsti nei contratti,
ndr). Le voci di crisi ci giungevano però
dai canali politici della maggioranza». Alla
Fulc la esclusione di Gela è stata presentata
come una scelta scontata: ci sarebbe
in futuro un partner, estraneo ad
Agip: «È un fatto anomalo, e poi per
quale motivo emarginare Gela se davvero
esiste un investitore?». E poiché più
volte il sindacato ha denunciato una possibile
connivenza tra Eni e Regione Sici-
lia, l’assessore regionale si è dato premura
di confermare, ma con larghi margini
di ambiguità, che si trattava solo di un
«alleggerimento societario». Ma perché
solo Gela e non anche Priolo e Milazzo?
Risposta: «Necessità di evitare troppi
trasferimenti di assetti societari». Ossia la
Regione Sicilia prende in giro i sindacati.
Edilizia: qui l’allarme è rosso, in particolare
nelle piccole e medie imprese artigiane
rimaste a bocca asciutta quanto
a incentivi, ma l’insidia più pericolosa
sbuca fuori dai capitoli della Finanziaria
e dal decreto salvadeficit di Tremonti,
che hanno tagliato svariati milioni di euro
di investimenti nei grandi cantieri. Il
leader degli edili Cgil Franco Martini ritiene
che nemmeno il maxiemendamento potrà
restituire certezze alle imprese, e che è alto
e fondato l’allarme lanciato a suo tempo
dal presidente dei costruttori: migliaia di
imprese destinate a chiudere, e circa 100
mila posti andranno al macero.
In crisi dopo l’11 settembre il settore
turistico che occupa circa 2 milioni di
addetti, in maggior parte con contratto a
termine o stagionale. Nell'ultimo mese il
turismo ha registrato un calo di 25.000
lavoratori, rivela Bernabò Bocca, presidente
di Federalberghi. Particolare attenzione
merita poi la deregulation selvaggia
nel trasporto aereo: si licenzia in massa
per riassumere ex novo decurtando
stipendi e diritti. E nel bancario oltre agli
8.764 esuberi di IntesaBci, altre migliaia
sono in arrivo con la ristrutturazione
Capitalia. Più grave. e più simile alla crisi
Fiat, l’operazione di Corrado Passera
propone una “strage” mondiale (i posti
tagliati nel mondo sono circa 30 mila) in
aggiunta a quella di alcuni anni fa, con la
fusione.
Nella meccanica e nelle telecomunicazioni
la crisi è martellante. La Piaggio si prepara
a licenziare, come la Fiat. A Napoli è ormai
storica la vertenza Meltem-Ipm di Arzano
(telefonia, proprietà della famiglia De Feo
amica di D’Amato) con 300 esuberi.
E per mancanza di innovazione cade
(107 in mobilità) anche un marchio celebre
come Mobilgirgi di Cantù.
Ma è soprattutto l’indotto Fiat a preoccupare
i sindacati. Dice la segretaria Cgil Carla Cantone:
«Si profila un massacro per migliaia di piccole
imprese: calcolando che nell’indotto sfumano
cinque posti per ogni esubero Fiat Auto,
i posti di lavoro che si perdono non sono
meno di 50 mila».