5 novembre 2002
1- Non basta il «premio permanenza»
2- Maroni: «La riforma sarà fatta»
NUOVO WELFARE
Non basta il «premio permanenza»
Il ripensamento dei sistemi previdenziali è diventato una priorità per l’intera Europa - Le proposte italiane puntano su adeguatezza delle pensioni, sostenibilità finanziaria e modernizzazione DI VISTA
DI ELSA FORNERO
Il rapporto strategico sul futuro
del sistema previdenziale, recentemente
presentato a Bruxelles,
ruota intorno a tre principi, che a
loro volta si articolano su svariati
obiettivi. Principi e obiettivi sono
definiti in modo da tenere conto
degli orientamenti e dei metodi
emersi negli ultimi anni, a livello
europeo, per affrontare adeguatamente
i problemi posti dall’invecchiamento
demografico, sia pure
sempre nel rispetto della sussidiarietà
e delle "specificità" di ogni singolo
Paese.
I principi sono: 1-l’adeguatezza
delle pensioni; 2-la sostenibilità
finanziaria; 3-la modernizzazione
dei sistemi previdenziali.
Il primo si articola su tre obiettivi:
la riduzione del rischio di povertà
tra gli anziani; l’accesso di tutti a
forme previdenziali efficienti, sia
pubbliche sia private; la promozione
della solidarietà tra ed entro le
generazioni.
Il secondo ne racchiude quattro:
un (ambizioso) aumento del tasso di
occupazione tra gli anziani; il contenimento
della spesa previdenziale;
una ripartizione equa dei suoi costi;
un rapporto "efficiente" tra contributi
e prestazioni.
Infine, per "modernizzare" il sistema
si intende realizzare: la sostenibilità
delle pensioni e la non discriminazione
tra forme di lavoro (dipendente
e autonomo, ma poco si dice
del futuro previdenziale dei lavoratori
"atipici"); la parità di trattamento
tra i generi; la trasparenza dei
sistemi e la promozione del consenso
intorno al disegno pensionistico
e ai modi per attuarlo.
Alcune incongruenze. Principi e
obiettivi sono in larga misura condivisibili,
e delineano, nel complesso,
una buona strategia previdenziale,
pur con qualche ambiguità e contraddizione.
La "modernizzazione",
ad esempio, non ha necessariamente
una valenza positiva e alcuni degli
obiettivi appaiono difficilmente conciliabili
tra loro (la redistribuzione a
fini solidaristici è normalmente in
contrasto con l’efficienza e la sua
applicazione pratica, inoltre, opera
spesso in senso contrario all’equità);
altri paiono inseriti soltanto perché
"politicamente corretti", come
la non discriminazione per genere,
la quale, com’è ovvio, si realizza
nel campo della previdenza soltanto
se preceduta da un’effettiva parità
sul piano del lavoro.
Una delega datata. A prescindere
da tali incongruenze — forse dovute
al carattere politico, oltre che
tecnico, del documento — il punto
più debole del disegno strategico sta
però nell’individuazione degli strumenti
atti a realizzarlo. Sotto questo
profilo, non si può non osservare
come il rapporto appaia come costretto
in una "camicia di forza",
rappresentata dalla delega previdenziale.
Quella delega — giacente in
Parlamento da quasi un anno e nata
in un contesto alquanto diverso
dall’attuale — rispondeva però a
una filosofia al tempo stesso meno
ambiziosa nel breve termine e più
aggressiva nel medio periodo: puntare
su un rapido sviluppo della previdenza
integrativa per mitigare l’opposizione
a una più incisiva riforma delle pensioni
pubbliche, da realizzarsi in un secondo
tempo.
La deludente performance dei mercati
finanziari ha però frustrato la
realizzazione del primo stadio, mentre
il debole andamento dell’economia
ha indotto a rinviare a tempi migliori
ogni ipotesi di tagli al pilastro pubblico.
Il problema «Tfr».
Nelle nuove circostanze, la delega —
che di per sé contiene molti punti controversi
—risulta particolarmente inadeguata
per la realizzazione di una strategia
valida a livello europeo. E infatti,
semplificando al massimo, la
complessa articolazione del rapporto
si può ricondurre a un nocciolo duro
consistente in due strumenti principali:
l’allungamento della vita lavorativa
e il ricorso al trasferimento
obbligatorio del Tfr alla previdenza
integrativa. Mentre quest’ultimo è
particolarmente problematico perché
introduce un elemento di maggiore
rischio nel risparmio dei lavo-
ratori, il governo affida essenzialmente
al primo strumento il contenimento
della spesa previdenziale.
Nell’impossibilità (politica) di ricorrere
a misure imperative —ossia
a un nuovo inasprimento dei requisiti
di età e anzianità già previsti —
viene riproposta la strada degli incentivi
che "premiano" la permanenza
sul lavoro oltre la maturazione
dei requisiti minimi.
Incentivi insufficienti. Questi incentivi,
purtroppo, sono "relativamente
poveri", ossia insufficienti a
coprire le "perdite" che il lavoratore
subirebbe se posticipasse il pensionamento,
e ciò non perché il premio
per la permanenza sia basso in
sé, ma perché le perdite sono alte
per effetto della generosità implicita
nel metodo di calcolo delle pensioni,
ossia nel perdurare della formula
retributiva. È allora difficile
incidere efficacemente sulle propensioni
al pensionamento e, conseguentemente,
sulla dinamica della
spesa se si opera soltanto sugli incentivi
al proseguimento dell’attività e non si
introducono anche "penalizzazioni"
per l’uscita precoce; in una parola,
se non si interviene anche sulla misura
delle pensioni di anzianità.
Ne deriva un’estrema difficoltà a
perseguire l’ambizioso obiettivo di
aumentare il tasso di occupazione tra i
lavoratori anziani di ben 12 punti in pochi
anni, dall’attuale 28 al 40% del 2005.
Ed è probabilmente a fronte di
questa inadeguatezza tra mezzi e
fini che va inquadrata la determinazione
del presidente del Consiglio
di invocare una sorta di "mandato
europeo" a intervenire direttamente
sull’età di pensionamento. Se si potesse
infatti affermare che "è l’Europa
a imporre" l’innalzamento dell’età
pensionabile si ridurrebbero
fortemente le resistenze interne.
Peccato che nelle attuali circostanze
questa aspirazione sia assai poco
realistica.
Maroni: «La riforma sarà fatta»
Domani il via agli aiuti Ue per lavoratori anziani
(DAL NOSTRO INVIATO)
BRUXELLES. Roberto Maroni ha respinto
ieri con fermezza le accuse al Governo di
appellarsi a Bruxelles in modo opportunistico
sulle pensioni, per non affrontare di
petto in prima persona gli spinosi nodi di
una riforma previdenziale. «Berlusconi ha
detto, e io sono d’accordo con lui, che il
problema di adeguare i sistemi pensionistici
si porrà in tutta Europa — ha dichiarato
il ministro del Welfare, parlando all’uscita
di un incontro con il commissario europeo
agli Affari sociali, Anna Diamantopoulou
— ma noi abbiamo assolutamente la capacità,
la forza e la visione per fare la riforma
previdenziale».
La Diamantopoulou ha del resto chiarito
che la «Commissione non potrà mai stabilire
l’età pensionabile» perché la scelta rientra
nella competenze dei Governi. Il commissario
ha sottolineato che esiste «un problema di
sostenibilità nella maggior parte dei sistemi
pensionistici in Europa, che non è solo italiano».
L’Italia è però fanalino di coda — ha osservato
la Dimantopoulou — nel tasso di attività dei
lavoratori più anziani, al 28% rispetto a un
obiettivo del 50% da raggiungere nel 2010.
E potrà perciò beneficiare in modo particolare
della misura che la Commissione approverà
domani per rendere ammissibile la concessione
di aiuti di Stato (fino al 50% del
salario lordo annuo) a imprese che assumano
lavoratori anziani (oltre che giovani o disoccupati
di lungo periodo).
Dal canto suo, Maroni non ha mancato di
polemizzare con l’ex titolare del dicastero
Tiziano Treu, che in un’intervista al «Corriere
della Sera» aveva sostenuto che il Governo
«si appella a Bruxelles solo quando gli fa
comodo» e che «ci vogliono disincentivi per
chi non ritarda il pensionamento»
Maroni ha ribattuto che la «riforma l’abbiamo
già concordata con le parti sociali ed
è in Parlamento», e andrà solo «rafforzata
nella parte che riguarda il mantenimento
del lavoro, cioè l’innalzamento
dell’età pensionabile».
Per il resto la delega sulle pensioni, secondo il
ministro, è «perfetta». Maroni si è detto sorpreso
dell’opinione di Treu sui disincentivi: «Vorrei
sommessamente fargli notare che è la posizione
di Confindustria e non dei sindacati».
Il ministro si è detto invece dell’idea che si
possa facilitare la permanenza al lavoro solo
attraverso gli incentivi «correggendo però la
procedura prevista nella delega perché la
novazione del contratto, cioè subordinare la
possibilità per il lavoratore di rimanere al suo
posto al placet del datore di lavoro non funziona».
Maroni ha anche ribadito che «la nascita
del secondo e terzo pilastro previdenziale
non può avvenire se non con il conferimento
obbligatorio del Tfr».
E.BR.
WELFARE