8 novembre 2002
Ieri oltre 700 immigrati hanno invaso la Camera del lavoro: sfruttati per anni, poi buttati fuori a causa della legge. La Cgil: «Sono migliaia in questa situazione»
Milano: un esercito di licenziati per la Bossi-Fini
Vittorio Locatelli
MILANO. La Camera del Lavoro di
Milano ieri è stata invasa da oltre
700 lavoratori immigrati che cercavano
soccorso dopo essere stati licenziati.
I loro «padroni», che in alcuni
casi li sfruttavano in nero da
anni, avevano infatti deciso di licenziarli
invece di metterli in regola dopo
l’entrata in vigore delle norme
della famigerata «Bossi-Fini». Ieri
era il primo giorno a disposizione
dei lavoratori stranieri per presentare
una richiesta di permesso di soggiorno
per tutti coloro che pur avendo
un lavoro, seppure in nero, sono
stati licenziati. «Questa è la prova dice
una nota della Camera del Lavoro
- che la denuncia fatta ripetutamente
dalla Cgil relativa alle difficoltà
che la legge Bossi-Fini avrebbe
creato con le eccessive rigidità per i
datori di lavoro ed eccessive discriminazioni
per gli immigrati, era giusta
e vedeva lontano».
Il segretario della Camera del Lavoro,
Antonio Panzeri, ha voluto segnalare
subito questa situazione
«perché siamo di fronte a veri e propri
“licenziamenti di massa”. Questa
è la punta dell'iceberg che dimostra
l'intollerabilità di una situazione
che la Bossi-Fini non è assolutamente
in grado di affrontare».
Gli uffici di corso di porta Vittoria
lavorano da ieri a ritmi frenetici
(«Facciamo tre turni come in fabbrica,
finora abbiamo aperto già 500
vertenze» dice Panzeri) per far fronte
alle richieste di aiuto. «Oggi sono
arrivati a centinaia - sottolinea Panzeri
- e molti ancora non sono a
conoscenza della possibilità che hanno.
Si tratta ora di aprire una
“vertenza individuale” per ogni lavoratore.
Siamo di fronte ad un fatto
molto allarmante, alla dimostrazione
che la Bossi-Fini fa acqua da tutte
le parti e genera il caos, è una
legge che ha prodotto licenziamenti
invece di perseguire i datori di lavoro
che praticano il “nero”. Ora incalza
il segretario della Camera
del Lavoro - è indispensabile riapri-
re i termini sui tempi ma serve anche
un’iniziativa forte contro questa legge».
Panzeri ricorda che nella fase
della regolarizzazione «sono venute
alla luce cose al di là di ogni immaginazione,
storie di sfruttamento, assenza
totale di regole e diritti. Pensavamo
che la Bossi-Fini avrebbe prodotto
centinaia di licenziamenti ma
siamo oltre ogni previsione. E con la
possibilità da parte del lavoratore di
denunciare il datore di lavoro inadempiente
ottenendo una proroga
di sei mesi del permesso di soggiorno,
sta emergendo una realtà incre-
dibile che è bene che venga alla luce».
Grandi assenti, in questa vicenda,
gli Enti Locali. «Regione, Provincia
e Comune sono solo spettatori -dice
Panzeri - non dimostrano alcuna
sensibilità, nessuna prospettiva
politica sociale. Vedono l’immigrato
come un cittadino “a tempo”, visibile
solo durante le 8 ore di lavoro
e invisibile nelle altre 16».
A spiegare la situazione e lo «spiraglio»
che si è aperto per i lavoratori
immigrati Gabriele Messina, dell’Ufficio
immigrazione della Camera
del Lavoro. «In base alla circolare
del ministero dell’Interno c’è tempo
fino all’11 novembre per avviare
una causa legale o aprire vertenze
tramite le Organizzazioni sindacali
che consentiranno ai lavoratori di
restare altri sei mesi “in cerca di un
altro lavoro” o in attesa della chiusura
della vertenza. Ma a fronte della
distribuzione che abbiamo fatto di
oltre 64mila “kit” di regolarizzazione,
sono arrivate, a lunedì scorso,
20mila domande. E con una stima
di 100mila irregolari significa che il
licenziamento al posto della regolarizzazione
riguarda migliaia di lavoratori.
Il problema è di informazione
- sottolinea Messina - Stamattina
(ieri ndr) erano in 100, poi il tam
tam ha fatto sì che ne arrivassero
altre centinaia nel pomeriggio, e nei
prossimi giorni sarà ancora così».
Tra i tanti casi che i funzionari
di corso di porta Vittoria hanno affrontato
finora ce n’è uno clamoroso
ed emblematico: «È quello della
cooperativa “Progetto Cerco Lavoro”
- racconta Messina - dove lavoravano
circa 130 ragazzi, in gran parte
del Centro America. Erano già pagati
poco o nulla, ma dopo la Bossi-Fini
la Cooperativa aveva detto che li
avrebbe messi a posto tutti, però...
però ha chiesto a chi 800, a chi fino
a 2.000 Euro per “regolarizzare la
posizione”, “sistemare la parte contributiva”.
Ebbene, qualche giorno
fa i lavoratori si sono presentati al
lavoro ma nella sede legale della Cooperativa
non c’era più nessuno.
Tutti spariti, con i loro soldi e le
promesse».