mercoledì 16 aprile 2003
Il lavoro costa sempre meno
Le imprese negano i rinnovi contrattuali, i salari perdono potere d’acquisto
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Felicia Masocco
ROMA Costo del lavoro in frenata nei primi due trimestri del 2002, è
infatti cresciuto dell’1,5% e dell’1,8% mentre nello stesso periodo
dell’anno precedente la crescita era stata del 3,3% e dell’1,2% con una
media annua del 2,8%. I dati sono stati diffusi ieri dall’Istat e si riferiscono
ai lavoratori a tempo pieno nell’industria e nei servizi, in aziende
grandi e piccole.
Due sono gli elementi contenuti in queste cifre: da un lato ci sono le retribuzioni lorde, dall’altro gli oneri sociali. Le prime sono in forte
rallentamento, attestandosi a +1,8% nei primi tre mesi, e a +1,7% nei tre mesi successivi mentre nel 2001 avevano registrato rispettivamente
+3,5% e +1,9% con una media nell’anno a +3,2%. Quanto agli oneri sociali sono aumentati dello 0,6% nel primo trimestre 2002 e del 2% nel secondo. Nel 2001, che si chiuse con una media annua pari al +1,7%, gli oneri sociali si attestarono al +2,6% e al -0,5% rispettivamente nel primo e nel secondo trimestre. Analizzando l’andamento del costo del lavoro per
settori l’Istat ha rilevato che sono stati i servizi con + 2% e 1,8% il
comparto con l’aumento più sostenuto (o meglio, con un rallentamento
meno forte); segue l’industria con +1% e +1,6%. L'industria in senso stretto ha invece segnato +1,5% nel primo trimestre e +2,7% nel successivo, derivante dalla crescita forte delle retribuzioni (+14,8%) nel settore energia elettrica, gas ed acqua. Decisamente al ribasso le costruzioni, dove il costo di lavoro per unità lavorative (Ula) ha avuto un aumento quasi insensibile, pari a 0,2% neil primo trimestre e rimasto invariato nel secondo perché la crescita delle retribuzioni (0,7) è stata compensata dal calo degli oneri sociali (-1,6%).
Anche questi dati, dopo quelli di qualche settimana fa che davano
il costo della vita aumentato più di salari e stipendi, cadono in piena
fase di rinnovi contrattuali per circa 10 mila lavoratori. Metalmeccanici,
trasporti, turismo, chimica, scuola, alimentaristi sono alcune delle categorie
in trattativa e in tutti i tavoli è forte lo scontro con i datori di lavoro,
pubblici e privati che siano, proprio sul costo del lavoro e sulle retribuzioni
che - si prenda il caso dei metalmeccanici - si vorrebbero adeguate
alla sola inflazione programmata dal governo (4,3% nel biennio di riferimento) nonostante sia stato ormai acclarato che è di gran lunga inferiore all’aumento reale del costo della vita. Analoga la situazione per 400mila alimentaristi che si sono visti bocciare la piattaforma unitaria
dall’ associazione delle imprese proprio per lo «scoglio» salariale
e anche qui la controparte si è detta disponibile a a negoziare solo
dentro il «tetto» del tasso di inflazione programmata. I sindacati si scontrano insomma con una forte offensiva delle controparti che cercano
di scaricare sul costo del lavoro il peso della crisi economica già evidente
prima della guerra e che questa contribuirà ad accentuare rendendo
tutto più difficile.
Intanto il governo ha ritoccato al rialzo le cifre del fabbisogno del
mese di febbraio. Il dato è passato a 4.512 milioni di euro, in crescita di
circa 200 milioni di euro rispetto ai 4.300 milioni della stima diffusa in
marzo. Le entrate toccano 24.249 milioni di euro a fronte di spese per
28.761 milioni, di cui 6.231 per interessi. L’aggiustamento è dato deciso
dal ministero dell’Economia secondo i criteri stabiliti dal Fondo monetario
internazionale. Sia le entrate che le uscite non mostrano significative
oscillazioni rispetto al febbraio dell’anno scorso quando gli incassi
erano stati pari a 24.108 milioni e le spese a 28.100 (con 4.574 milioni di
interessi). A copertura del fabbisogno sono soprattutto i 4.441 milioni
di euro di titoli esteri, si tratta verosimilmente dei due maxibond da 4 miliardi di dollari lanciati a febbraio dal Tesoro sul mercato internazionale,
cui si aggiungono 2.250 milioni di titoli a breve e 1.128 milioni di euro di titoli a medio lungo termine.