sezione: ITALIA-LAVORO data: 2004-03-17 - pag: 19 autore: LI.P.
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• POLITICHE DEI REDDITI L’opposizione unita nel denunciare la questione salariale si spacca sul modello di riforma | I contratti locali dividono la sinistra |
Margherita, Sdi e maggioranza Ds: «Sì al decentramento» - Stop dell’ex ministro Salvi: «Così si crea una giungla»
ROMA • Per tutti, nell’opposizione, c’è un problema salariale e la necessità di rifondare la politica dei redditi. Per tutti, la concertazione ha bisogno di contenuti nuovi e misure inedite per affrontare la perdita del potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati. Ma, se si stringe sulle ricette, se si declina questa necessità nel dettaglio, le differenze appaiono. Non stridenti — anche perché la questione è affidata alle parti sociali — ma ci sono in quell’area che è fuori la Lista unitaria. Per la Margherita, lo Sdi e la maggioranza Ds, una delle strade per recuperare potere d’acquisto è la riforma contrattuale. Cioè un diverso equilibrio tra contratto nazionale e il livello aziendale o territoriale. Per la sinistra, invece, il contratto nazionale deve mantenere il ruolo attuale. «Siamo favorevoli — spiega Roberto Villetti dello Sdi — a una flessibilità contrattuale, dunque a un decentramento che consenta la redistribuzione della produttività nei luoghi di lavoro e sui territori. Detto questo, la via della riforma contrattuale non esaurisce la questione salariale. È necessario che il Governo metta in campo misure fiscali, attui un programma vero di liberalizzazioni e avvii un monitoraggio sui prezzi per evitare che lo scarto tra inflazione programmata e reale sia così elevato». Ha rotto gli indugi per prima la Margherita con il suo leader, Francesco Rutelli. Un sì alla contrattazione decentrata che si ritrova nelle tesi del recente congresso di Rimini. Ma, lunedì scorso, anche il presidente dei Ds, Massimo D’Alema — seduto accanto al leader Cgil Epifani — ha indicato la necessità di una riforma della contrattazione per affrontare una questione salariale che c’è e che gli accordi del ’93 non risolvono. Un’idea non condivisa dalla sinistra Ds, da Cesare Salvi: «Leggo nelle dichiarazioni di D’Alema una novità positiva: cioè che esiste una questione salariale che la politica dei redditi praticata negli ultimi 10 anni non risolve. Non sono però d’accordo sulla soluzione che propone, cioè il depotenziamento del contratto nazionale. La ragione è che il sindacato finirebbe per strappare risultati e fare i contratti solo dove è più forte, quindi si avrebbe un recupero del potere d’acquisto solo in alcune zone e in altre no. Il risultato? Una giungla salariale che non risolve le iniquità redistributive». L’ex ministro del Lavoro Salvi vede altre strade per risolvere la questione salariale, alternative alla distribuzione di produttività sul territorio. «La via fiscale, per esempio. E poi — dice Salvi — vecchie idee andrebbero riprese come la riduzione del costo del lavoro sui salari bassi. Credo, inoltre, che serva un patto tra imprese e sindacati fondato sulla rinuncia delle aziende a una competizione fatta al ribasso. A fronte del riconoscimento di una questione salariale, il sindacato potrebbe affrontare in modo innovativo l’organizzazione produttiva. Per esempio, credo sia un buon inizio l’accordo tra sindacati e Confindustria sulla competitività». Ma Salvi vede un altro rischio nel decentramento: «Se si depotenzia il contratto nazionale, potrebbe essere il Parlamento a voler fissare il salario minimo legale, come accade in molti altri Paesi occidentali, indebolendo il sindacato. Sono contrario a questa soluzione ma rappresenta un rischio». La Cgil non parla. Anche perché si avvicina la conferenza organizzativa di aprile dove verranno tracciate le linee strategiche del sindacato di Epifani. E poi, agli inizi di giugno, ci sarà il congresso anticipato della Fiom dove il tema sarà proprio l’accordo del ’93 e la politica dei redditi. La Uil invece ha già scelto la sua strada, in sintonia con la Cisl. «La Banca d’Italia — ha detto il leader Uil, Luigi Angeletti commentando i dati del Bollettino diffuso ieri dall’Istituto — conferma le nostre analisi a partire dal fatto che bisogna cambiare il modello contrattuale per ripartire meglio la produttività tra i lavoratori». |
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