Pagina 1-7 I sindacati sono divisi sulla riforma dei contratti di lavoro. Mentre il leader della Cisl Pezzotta preme perché sia rivisto il modello di contrattazione ormai vecchio di dodici anni e ha fissato il termine del 15 settembre prossimo per formulare una proposta di cambiamento, il segretario della Cgil Epifani in un’intervista pubblicata ieri da Repubblica ha ripetuto di non ritenere che la riforma della contrattazione sia una priorità in questo momento di crisi industriale, con migliaia di posti di lavoro a rischio. Come stanno le cose? Il pomo della discordia tra i sindacati è il passaggio dall’attuale modello imperniato prevalentemente sui contratti nazionali di categoria a un modello misto nel quale i contratti nazionali siano affiancati da contratti decentrati, stipulati su scala territoriale, a livello regionale nonchè a livello aziendale. La materia è molto delicata. I sostenitori del doppio livello di contrattazione, come Pezzotta ma pure Angeletti segretario della Uil, ritengono che integrando il contratto nazionale con i contratti territoriali e aziendali le paghe dei lavoratori rifletterebbero meglio le condizioni di lavoro, i livelli di produttività, dunque i rendimenti di operai e impiegati, che sono molto differenziati da luogo a luogo oltre che da impresa a impresa. A loro avviso, invece, contratti nazionali uniformi non premiano i lavoratori più produttivi, portano all’appiattimento delle retribuzioni e permettono agli imprenditori che producono meglio di guadagnare alti profitti rispetto agli imprenditori meno efficienti. I rapporti di lavoro sono nel Mezzogiorno regolati in forma molteplice. Sulla carta la maggioranza dei lavoratori meridionali è tutelata dai contratti nazionali di categoria. C’è tuttavia una quota consistente di lavoratori che non sono tutelati da alcun contratto: sono i lavoratori a nero, sottopagati e privi di tutela previdenziale e assicurativa, che non sono coperti dagli infortuni sul lavoro e non percepiranno mai una pensione commisurata agli anni di lavoro. Ricordiamo che, secondo stime dell’Istituto nazionale di statistica (Istat), nel Mezzogiorno il 23% dei lavoratori nell’anno 2002 era irregolare. La percentuale è cresciuta dal 1995, quando era in media per tutta l’economia il 21%, ed è cresciuta soprattutto in agricoltura passando dal 35% (anno 1995) al 42% (anno 2002) nonché nei servizi privati dove è aumentata dal 18 al 21% tra i due anni considerati. I rapporti di lavoro definiti regolari a loro volta al Sud d’Italia nascondono situazioni incredibilmente variegate. È nota anche ai sindacalisti una prassi molto diffusa nelle piccole imprese meridionali, la cosiddetta paga bianca: gli imprenditori per opportunismo oppure per necessità pagano ai loro dipendenti un numero di ore lavorate inferiori a quelle effettivamente prestate oppure chiedono ai dipendenti di restituire in parte o in tutto i contributi previdenziali e assicurativi che hanno versato in loro nome, e così via escogitando sistemi di aggiramento delle regole. In questa situazione chi difende il contratto nazionale di lavoro e si oppone a contratti locali o aziendali, è almeno nel Mezzogiorno un sindacalista con gli occhi chiusi. A ben vedere, privilegia un simbolo rispetto alla realtà ovvero ha trasformato il contratto nazionale di categoria da simbolo in feticcio. |
I contratti che dividono il sindacato
di Admin
mercoledì 27 ottobre 2021