Pagina 6 - Primo Piano I dati escono dal IX Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati a cura del consorzio interuniversitario AlmaLaurea, una rilevazione estesa a 40 università, che ha coinvolto quasi 90 mila laureati, a livelli diversi: 47.099 a un anno dalla conclusione degli studi, 23.464 a tre anni e 18.074 a cinque anni. La messe di dati che fornisce l'indagine, soprattutto sul rapporto fra titolo di studio e mercato del lavoro, sfocia in una constatazione: se è vero che un laureato ha più possibilità di trovare lavoro rispetto a un non laureato, è anche vero che la laurea di primo livello (quella triennale) tende a perdere peso, serve sempre di meno per trovare un buon posto. Ci sono naturalmente differenze secondo il tipo di laurea: i giovani che seguono discipline mediche a un anno dal titolo trovano lavoro per il 96,9%, quelli che si dedicano all'insegnamento arrivano al 61,6%, quelli che puntano su educazione fisica al 62,6%. E non rappresentano più dei passepartout diplomi ingegneristici (34,5 %), giuridici (27,5%) e geo-biologici (26,4%). Perché in questi campi è alta la frequentazione delle specializzazioni, che mette comunque a nudo la debolezza delle lauree brevi: o diventi ingegnere e giurista o non trovi un lavoro soddisfacente. In questo impasse viene allo scoperto un buco nero sul problema dell'orientamento. Così come funziona adesso, l'orientamento alla scelta dei corsi universitari è di discutibile utilità, fa più danni che benefici. Lo strumento non è facile da maneggiare: basta pensare che se fossimo realmente in grado di conoscere la domanda del mercato del lavoro con cinque anni di anticipo, avremmo paradossalmente un effetto boomerang. Supponiamo che si preveda un exploit di economisti: si avrà un superaffollamento delle facoltà economiche, con effetti di imbottigliamento e con saturazione del mercato. Per fortuna non siamo in grado di leggere il futuro con tale precisione, al massimo sappiamo cosa non si deve incoraggiare. Il caso è oggetto di un rapporto della Fondazione Agnelli che si pubblica in questi giorni: «La scelta universitaria: istruire la pratica», con contributi di Marco Demarie e Stefano Molina, rispettivamente direttore e dirigente di ricerca della Fondazione Agnelli, di Andrea Cammelli dell'Università di Bologna e direttore di AlmaLaurea, di Luisa Ribolzi sociologa dell'educazione all'Università di Genova , e di Anthony Watts, presidente del National Institute for Career Guidance and Counselling di Cambridge. Nella prefazione John Elkann, vice presidente della Fondazione, nota che la scelta degli studi universitari è fatta in genere alla luce d’informazioni «scarse, imprecise, schiacciate sul presente». Fra le ragioni della scelta la principale indicata dagli studenti è l'interesse per le materie da studiare. Subito dopo viene il rapporto con la professione che si vuole fare e con le opportunità di lavoro locale. Ma qui cominciano le difficoltà. «Abbiamo in Italia un sistema di orientamento nella scuola superiore e un sistema di attrazione da parte delle università che non si parlano, non comunicano, non hanno contatti - dice Demarie -. Per cui gli studenti vanno all'università con un'idea vaga di quello che faranno». L'allarme riguarda la nuova dimensione che l'università occupa. «Siamo di fronte a un fatto mai visto finora - spiega Molina -. Gli studenti che arrivano alla maturità sono l'80% di quelli partiti dalle elementari. Fra i maturati tre su quattro vanno all'università. Quindi il 60% di una leva va all'università. Quali voci si levano a orientare questa massa di giovani? Premesso che lo sbocco sicuro sul lavoro non c'è più, si può chiedere alla scuola di considerare l'orientamento come un'attività che informa tutto l'iter d'uno studente e si può pretendere dalle università un marketing più onesto, per fare dell’orientamento non un catalogo ma un progetto». |
Generazione mille euro: vita (dura) da neolaureati
di Admin
mercoledì 27 ottobre 2021